CORONAVIRUS
 
Coronavirus: ora i cinesi cercano di dare la colpa della pandemia all'Italia
 
 
Pechino, 23 mar 17:38 - (Agenzia Nova) - Dopo la diffusione dell'epidemia di coronavirus che ha avuto come epicentro la città centrale cinese di Wuhan, Pechino cerca ora di cambiare narrativa trasferendo le responsabilità della pandemia sull'Italia, nonché imputandole l'origine dell'infezione da Covid-19. Negli ultimi giorni, questa ipotesi è apparsa su diversi quotidiani cinesi; al centro dell'attenzione dei media di Pechino è finita un'intervista rilasciata il 19 marzo da Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, all'emittente radiofonica statunitense National Public Radio (Npr). Nel suo intervento, Remuzzi riferisce che alcuni medici di medicina generale avevano riscontrato "polmoniti gravi e molto strane di causa sconosciuta" già fra novembre e dicembre dello scorso anno, soprattutto fra gli anziani. Secondo l'esperto, questo voleva dire che il virus circolava, almeno in Lombardia, "prima che fossimo a conoscenza della crisi epidemica in Cina".

Secondo l'economista e professore Giulio Sapelli, questo cambio di narrativa non è altro che una continuazione della politica di espansione geopolitica della Cina che adesso si fa sempre più mirata sui paesi deboli. "La Cina approfitta di paesi debitori e ha già cominciato la penetrazione in Italia acquisendo il consenso e reclutando con il soft power gran parte della cosiddetta classe dominante, soprattutto nell'alta burocrazia e nelle istituzioni economiche", ha spiegato il professor Sapelli. La Cina sta cavalcando un'onda, o per dirla con le parole degli analisti, sta sfruttando "un'occasione di rilancio" utilizzando una "leva reputazionale". Per fare ciò, Pechino sa di poter contare su un uso sapiente e sul controllo della comunicazione e delle informazioni, non solo in termini di quantità ma anche di contenuto e modalità di diffusione. Come illustrato da Carlo Pelanda, docente di Geopolitica Economica presso l'Università G. Marconi di Roma, per fare questo Pechino si appoggia all'azione efficace degli "uffici di strategia". Secondo l'analisi di Pelanda, per riuscire a cogliere l'opportunità della crisi epidemica la Cina ha bisogno però di una forte leva reputazionale. L'accademico spiega che la reputazione di Pechino è in bilico da quando nell'estate 2017 gli Stati Uniti hanno deciso, con linguaggio istituzionale bipartisan, che "la Cina è un paese inaffidabile, tossico e criminale". "La Cina stava perdendo reputazione con una velocità tale da mettere a rischio tutti i suoi interessi strategici: da allora si nota una strategia comunicativa al fine di recuperarla", ha spiegato Pelanda. Prima che l'origine del coronavirus fosse attribuita all'Italia, la Cina aveva in corso una diatriba con Washington dopo avere accusato le forze armate statunitensi di avere diffuso il virus a Wuhan. Il professor Sapelli sottolinea che c'è un altro aspetto molto più importante di "questa menzogna che l'Italia è il centro del coronavirus". "Sui giornali statunitensi, per la prima volta dopo vent'anni, democratici e repubblicani si sono uniti su questo punto: che la Cina è un pericolo mortale per il mondo e per gli Stati Uniti".

"La cosa interessante è che, per un qualche motivo che noi ancora non conosciamo, ci sia bisogno di fare questa comunicazione sul piano interno. Evidentemente, la Cina sta percependo una inquietudine superiore a quella gestibile nell'opinione interna cinese, una forma di imputazione alla conduzione del regime", ha spiegato Pelanda. Questa ipotesi si collega strettamente a quanto riferito da uno studio canadese effettuato da Citizen Lab, secondo il quale il governo cinese avrebbe ostacolato e impedito la diffusione di notizie e informazioni relative al virus in fase iniziale. Il tentativo cinese di modificare le percezioni mondiali sulle responsabilità di Pechino nell'innesco della pandemia con la quale stiamo facendo i conti è del tutto comprensibile, sostiene Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso la Luiss-Guido Carli di Roma. Il regime di Pechino si muoverebbe, secondo il professore, in una logica di contenimento del danno e della sua trasformazione in un'occasione di rilancio. "E' del resto noto come nell'ideogramma che rappresenta in Cina il concetto di crisi figurino tanto la raffigurazione del pericolo quanto quella dell'opportunità. Si tratta quindi di una linea d'azione del tutto razionale dal punto di vista politico e connaturata alla cultura cinese", ha spiegato l'accademico. Nella sua analisi, l'accademico sottolinea che tutto ciò solleva tuttavia un interrogativo al quale finora almeno in Italia non si è data una risposta convincente: ovvero, fino a che punto la nostra ricerca ossessiva delle responsabilità interne nella mancata prevenzione dell'epidemia serva davvero i nostri interessi nazionali e quando invece divenga dannosa. In questo caso specifico, infatti, la nuova narrazione cinese sta attingendo ad elementi che sono affiorati nel nostro dibattito interno. "E' necessario evitare che dopo esser stata additata come l'origine di tutti i mali che affliggono l'Europa, l'Italia venga additata come untrice globale anche dalla Cina che pure ci sta generosamente aiutando. Sarebbe catastrofico", afferma Dottori.

Secondo il professor Pelanda c'è inoltre la possibilità che si colga l'occasione di questa crisi epidemica, gestita apparentemente bene ma in realtà gravissima all'interno della Cina, per far "saltare" il presidente cinese Xi Jinping. La stessa tesi è sostenuta anche dal professor Sapelli il quale ritiene che Pechino ora stia facendo di tutto per disperdere l'attenzione sulla lotta di potere fortissima interna al paese: "Xi Jinping è in pericolo, su questo non c'è dubbio", sostiene Sapelli. Nella sua analisi, Pelanda si chiede se il leader cinese avesse realmente bisogno di assumere i pieni poteri, rompendo una tradizione importante lanciata da Deng Xiaoping di creare un sistema bilanciato di potere. Secondo l'economista, i cordoni del potere sono starti stretti per un motivo, soprattutto dopo che Xi ha attaccato il sistema militare aggredendo la corruzione, una scusa per eliminare i suoi avversari nella corsa al potere. Questo, prosegue Pelanda, gli è costato molti nemici. Evidentemente, questi sono lì pronti a farlo fuori e quindi Xi Jinping ha dovuto assumere il potere totalitario per impedire agli altri di competere per ottenerlo.

Pelanda ha poi evidenziato che non ci sono prove sufficienti che la Cina abbia deliberatamente nascosto per più di un mese le informazioni sensibili. "C'è la possibilità che ci sia stato un ritardo, infatti Xi ha punito tanti funzionari di Hubei e Wuhan accusandoli di avere nascosto le informazioni", ha spiegato Pelanda. Secondo l'accademico, il centro del problema per la Cina ora è che non si diffonda l'idea che l'infezione sia partita da lì e che abbiano deliberatamente nascosto le informazioni a riguardo. "Questo è molto ovvio e scontato: è un regime totalitario che ha deciso 15 anni fa di operare il controllo sociale persona per persona attraverso gli strumenti elettronici. Se la Cina dà questi messaggi, l'ipotesi è che vengano percepiti problemi all'interno e che qualcuno in Cina si sia arrabbiato", ha aggiunto il professore. (Cip)
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