COREA DEL SUD
 
Corea del Sud: procuratori negano coinvolgimento procuratore capo in scandalo sessuale
 
 
Seul, 11 ott 07:44 - (Agenzia Nova) - l’Ufficio del procuratore supremo della Corea del Sud ha smentito indiscrezioni in merito al coinvolgimento del procuratore generale, Yoon Seok-youl, nello scandalo corruttivo-sessuale che ha investito un ex viceministro della Giustizia. Le indiscrezioni, che giungono proprio mentre l’amministrazione del presidente socialdemocratico Moon Jae-in accelera gli sforzi tesi a depotenziare le procure, sono state diffuse oggi dal periodico Hankyoreh 21, affiliato al quotidiano di sinistra “Hankyoreh”. Secondo le indiscrezioni, il magnate delle costruzioni Yoon Joong-cheon sarebbe ricorso ad escort per ottenere i favori del procuratore generale. Il magnate è a processo con l’accusa di essere ricorso a tangenti e favori sessuali per ottenere i favori di influenti funzionari pubblici, incluso l’ex viceministro della Giustizia Kim Hak-eui.

Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, ha impresso una accelerazione agli sforzi della sua amministrazione tesi a limitare il potere delle procure, esponendo però il fianco a dure critiche: il ministro della Giustizia, chiamato a supervisionare l’iniziativa, è infatti un collaboratore di Moon nominato soltanto all’inizio di settembre, e al centro di uno scandalo corruttivo che ha gravemente nuociuto all’immagine del governo in carica. Durante una conferenza stampa ufficiale, la scorsa settimana, Moon ha spronato il ministero della Giustizia e l’Ufficio del procuratore supremo della Repubblica di Corea a collaborare per “rispondere alle aspettative dei cittadini”, e conseguire un maggiore equilibrio tra i rami della magistratura e tra i poteri istituzionali. Alla conferenza erano presenti il ministro della Giustizia, Cho Kuk, e il procuratore generale, Yoon Seok-youl, cui Moon si è rivolto direttamente, chiedendo di definire il prima possibile un progetto di riforma.

l’Ufficio del procuratore supremo della Repubblica di Corea è un’organizzazione prosecutoria formalmente dipendente dal ministero della Giustizia, ma che dispone del potere esclusivo di aprire e chiudere le indagini, e di formalizzare capi d’accusa. Dati i suoi vasti poteri, l’organizzazione, che funge anche da organo di rappresentanza nazionale dei procuratori, è talvolta paragonata al Federal Bureau of Investigation (Fbi) statunitense. Il dibattito in merito alla riduzione dei vasti poteri goduti dalla pubblica accusa in Corea del Sud è oggetto da tempo di dibattito politico; la scelta dei tempi da parte del presidente Moon lo ha però esposto a durissime critiche: il presidente socialdemocratico si è infatti insediato al governo dopo una serie di scandali giudiziari abbattutisi sul suo predecessore – la presidente Prak geun-hye – e su suoi avversari politici di primo piano, senza che l’attuale presidente avesse alcunché da eccepire in merito ai vasti poteri della pubblica accusa sudcoreane.

Proprio in queste settimane, invece, il maglio della giustizia si è abbattuto sulla stessa amministrazione presidenziale in carica, e in particolare su Cho Kuk: stretto collaboratore di Moon che questi ha deciso di nominare ministro della Giustizia, nonostante le evidenze secondo cui il ministro avrebbe sfruttato la sua posizione di funzionario di alto livello per garantire l’ammissione della figlia a prestigiose università nazionali. Durante la conferenza stampa di oggi, Moon ha dichiarato che il governo deve essere “umile di fronte ai cittadini”, ed ha citato l’esigenza di esercitare un maggiore controllo sugli organi governativi che dispongano di potere eccessivo. “Le organizzazioni più potenti vanno sottoposte a controlli democratici più forti”, ha affermato il presidente sudcoreano, riferendosi alle procure giudiziarie, alla Polizia e all’agenzia nazionale del fisco.

Nei giorni scorsi Moon ha personalmente approvato una serie di iniziative di riforma presentategli dal ministro Cho, cui però ha chiesto di integrare le misure tramite un confronto con la società civile e gli stessi procuratori. Moon ha anche ceduto alla critiche provenienti dall’opinione pubblica e dall’opposizione parlamentare, promettendo di “congelare” l’effettiva attuazione della riforma sino al completamento delle indagini riguardanti le accuse che pendono sul capo del ministro della Giustizia e di sua moglie, una docente universitaria accusata a sua volta di aver abusato della propria posizione. Le novità proposte dal ministro Cho includono il rafforzamento del Dipartimento per i processi penali e i contenziosi civili e del Dipartimento penale in seno alle procure, oltre a una revisione della normativa riguardante le relazioni pubbliche dei procuratori, per ridurne il profilo mediatico. La riforma interverrebbe in particolare sui criteri per la divulgazione degli atti giudiziari e delle informazioni relative ai presunti reati dei sospetti.

Moon ha chiesto a questo proposito che la riforma venga strutturata in modo tale da non suscitare “il malinteso secondo cui le modifiche ostacolerebbero l’indagine” a carico dello stesso Cho. Sempre oggi, Moon ha dichiarato che “per quanto riguarda la riforma del sistema legale, il ministero della Giustizia deve assumere un ruolo guida, mentre la pubblica accusa deve guidare (la riforma) delle pratiche investigative e della cultura dell’ordine”. Moon ha ordinato al procuratore generale di “dare ascolto alle richieste di riforma che giungono dai cittadini”, e di “raccogliere opinioni diverse, come quelle che giungono dalle procuratrici e dai procuratori più giovani”.

Il ministero della Giustizia ha risposto alle richieste di Moon annunciando un nuovo comitato di riforma di 16 membri incaricato di integrare le proposte del ministro Cho. Il comitato, guidato da Kim Nam-joon – professionista legale e membro del primo comitato di riforma della Giustizia istituito dall’amministrazione Moon – include tra i suoi membri docenti, attiviste per i diritti femminili, avvocati, procuratori e un funzionario del ministero della Giustizia. Tra gli obiettivi che l’amministrazione Moon reputa irrinunciabili c’è la cessione di maggiore autorità investigativa alla Polizia, e l’istituzione di un organo indipendente incaricato di indagare sulla corruzione dei funzionari di alto livello. Il nuovo comitato si riunirà una volta alla settimana per discutere e approvare misure da includere in quella che diverrà la bozza di riforma della Giustizia dell’amministrazione presidenziali.

Il processo di riforma giunge però nel contesto di una dura lotta di potere tra i procuratori e il ministero della Giustizia, da cui formalmente dipendono. I procuratori hanno accelerato le indagini in merito alla frode accademica che vede al centro il ministro della Giustizia Cho, la moglie e la figlia, oltre a una serie di investimenti in un fondo di private equity da parte del ministro. Lo scandalo che vede implicato il ministro della Giustizia ha profondamente diviso l’opinione pubblica. Sabato scorso Seul è stata teatro di manifestazioni e proteste in favore e contro Cho e l’amministrazione Moon.

Il presidente sudcoreano ha approvato il 9 settembre la nomina di sei funzionari di livello ministeriale, inclusa quella di Cho Kuk a ministro della Giustizia, nonostante lo scandalo corruttivo che da settimane pende sul capo del suo collaboratore. Dalla nomina a ministro, il mese scorso, sono emerse una serie di accuse contro Cho e la sua famiglia, che avrebbero abusato delle loro posizioni di potere in modo illecito, ad esempio per agevolare la carriera accademica della figlia. La moglie del funzionario, la docente universitaria Chung Kyung-shim della Dongyang University, è stata incriminata per la sospetta contraffazione di documenti ufficiali. Lo scandalo corruttivo si è allargato la scorsa settimana con l’emersione di nuove accuse a carico del funzionario. (Git)
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