Libia: la mappa dell'energia
Il crollo della produzione petrolifera
 

Roma, 19 feb - (Agenzia Nova) - Le riserve di greggio della Libia, secondo una stima del gennaio 2014, ammontano a 48 miliardi di barili: il quantitativo maggiore di tutta l’Africa, pari al 38 per cento delle riserve dell’intero continente, il che pone il paese al nono posto al mondo come potenziale produttore di petrolio. I principali bacini sono quelli di Sirte, Murzuk, Ghadames, della Cirenaica e di Kufra. Il primo, di recente occupato dai miliziani dello Stato islamico, è il più vasto e da solo custodisce l’80 per cento del greggio estraibile. La Libia ha ancora vasti territori non esplorati dal punto di vista geologico e potrebbero esservi ancora importanti riserve sconosciute.

Prima dell’inizio della guerra civile nel 2011, dopo il rovesciamento del regime di Muhammar Gheddafi, la Libia estraeva 1,65 milioni di barili al giorno di greggio di ottima qualità. In buona parte del decennio precedente la produzione era andata aumentando, dagli 1,4 milioni di barili del 2000 agli 1,74 milioni del 2008, rimanendo tuttavia lontana dal picco dei 3 milioni di barili/giorno degli anni Sessanta. La contrazione è avvenuta in seguito alla parziale nazionalizzazione dell’industria petrolifera e per le sanzioni imposte dall’Onu come conseguenza delle attività di sostegno al terrorismo attribuite al regime dei Gheddafi. Queste impedirono anche gli investimenti per l’acquisto e lo sviluppo di nuove attrezzature e tecniche estrattive. Secondo stime dell’Energy Information Administration (Eia) statunitense, le reali capacità estrattive della Libia, tenuto conto degli impianti inattivi per danneggiamenti e obsolescenza dei materiali, si aggira intorno agli 1,6 milioni di barili al giorno.

La crisi attuale ha ulteriormente danneggiato il settore petrolifero. Dal gennaio al novembre del 2014, sempre secondo stime dell’Eia, la media produttiva è stata di 450 mila barili al giorno, contro i 500 mila del 2013 e i 900 mila del 2012. I disordini e le attività delle milizie che hanno incominciato a imperversare nel paese hanno inoltre provocato il blocco delle attività portuali, obbligando al fermo delle attività estrattive del greggio destinato alle navi petroliere. Anche il greggio destinato al trasporto con oleodotti si è ridotto in seguito a proteste e sabotaggi alle attrezzature. Per quasi un anno, i principali porti della parte orientale del paese, Es Sidra, Ras Lanuf, Zueitina e Marsa al-Hariga, sono rimasti fermi. Il blocco è cominciato alla fine di giugno 2013 ed è stato parzialmente alleggerito con la riapertura nell’aprile del 2014 di Zueitina e Marsa al-Hariga, e nel successivo giugno di Es Sidra e Ras Lanuf. Nella regione occidentale, la produzione dei giacimenti di El Sharara ed El Feel, rispettivamente 340 mila e 100 mila barili/giorno, è stata ripetutamente interrotta.

Le conseguenze per il paese sono state pesanti. La Libia dipende quasi totalmente dalla produzione di idrocarburi. Nel 2012, secondo stime del Fondo monetario internazionale, petrolio e gas hanno rappresentato il 96 per cento degli introiti statali e il 98 per cento di quelli delle esportazioni. La riduzione delle attività estrattive ha portato nel 2011, anno d’inizio della guerra civile, a un calo del 62 per cento del Prodotto interno lordo, che negli anni successivi ha avuto una parziale ripresa, annullata tuttavia nel 2014. La maggior parte del greggio libico, dal 70 all’80 per cento, è destinato all’Europa, in particolare a Italia, Germania e Francia. Secondo dati del ministero dello Sviluppo economico, in Italia nel 2010 venivano importati dal paese africano una media di 380 mila barili di greggio al giorno, pari al 25 per cento delle importazioni nazionali; nel 2014 si è arrivati ad appena 80 mila barili/giorno, ovvero l’8 per cento delle importazioni.

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Libia: l'intervento armato del 2011
 
Le riserve di gas naturale
 
Roma, 19 feb - (Agenzia Nova) - Il gas naturale ha minore importanza del greggio per l’economia libica. Pur in presenza di consistenti riserve, il paese non ha infrastrutture sufficienti per l’estrazione e il trasporto. Gli impianti esistenti sono frutto di compartecipazioni dell’Eni, e la quasi totalità della produzione è destinata all’Italia. Al primo gennaio 2014 le riserve stimate di gas naturale in Libia, secondo il bollettino specializzato “Open Journal of Geology”, ammontavano a circa 55 mila miliardi di piedi cubi, il che colloca il paese al quinto posto della graduatoria per il continente africano. Ma, come per il petrolio, è possibile vi siano ulteriori riserve ancora non venute alla luce. La produzione è salita costantemente dai 194 miliardi di piedi cubi del 2003 ai 594 del 2010, soprattutto grazie alla joint venture Western Libya Gas Project fra Eni e la libica Mellitah Oil & Gas, concessionaria del giacimento onshore di Wafa e di quello offshore di Bahr Es Salam.

Il gas viene trasferito in Italia dalla costa libica fino a Gela in Sicilia attraverso la conduttura sottomarina Greenstream, che è lunga circa 520 chilometri e raggiunge una profondità massima di 1.127 metri sul fondale del Mediterraneo. Nell’ottobre 2004 è iniziata l’esportazione del gas verso l’Italia, pari a circa il 15 per cento del fabbisogno nazionale. La guerra civile seguita al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato alla sospensione del flusso, quell’anno, da marzo a metà ottobre. La fornitura è ripresa parzialmente nel 2012, con 228 miliardi di piedi cubi, contro i 344 del 2010.

Nel 1971 la Libia è diventata il terzo paese al mondo, dopo l’Algeria nel 1964 e gli Usa nel 1969, a esportare gas naturale liquefatto (Gnl). La produzione è tuttavia rimasta a livelli non elevati, soprattutto per limitazioni tecniche. L’unico impianto per liquefazione del gas in Libia, quello di Marsa al-Brega, costruito alla fine degli anni Sessanta e gestito da Sirte Oil Company, è rimasto danneggiato nel 2011 nel corso della guerra civile, ma già in precedenza operava a capacità ridotta per carenza di manutenzione e di aggiornamenti tecnologici in seguito alle sanzioni imposte al regime di Muhammar Gheddafi. La sua produzione era destinata principalmente alla Spagna.
   Piattaforma off-shore
 
Libia: le compagnie energetiche presenti nel paese
 

Roma, 19 feb - (Agenzia Nova) - La Libia ha iniziato ad esportare petrolio nel 1961 e l’anno dopo si è iscritta all’Organizzazione dei paesi esportatori (Opec). Il suo greggio è particolarmente pregiato in quanto leggero e “dolce” (a basso contenuto di zolfo). Le principali destinazioni sono state i paesi europei, in particolare l’Italia. Prima della caduta del regime di Muhammar Gheddafi, l’industria del settore era regolata dalla National Oil Company (Noc), l’azienda statale, fondata nel 1970, responsabile della gestione delle attività di estrazione e sviluppo degli idrocarburi attraverso accordi con compagnie straniere, oltre che della produzione per le necessità nazionali. Noc continua ad essere il punto di riferimento del settore, ma la disgregazione della Libia come entità statale, con due parlamenti in concorrenza fra loro, uno solo dei quali riconosciuto internazionalmente, e la guerra civile in atto, hanno reso incerto il quadro delle competenze e di fatto bloccato la produzione.

Le compagnie petrolifere straniere operanti in Libia immediatamente prima dell’insurrezione contro Gheddafi erano l’italiana Eni, la francese Total, la cinese China National Petroleum Corp (Cnpc), la britannica Bp, il consorzio spagnolo Repsol, le statunitensi ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips. Di particolare importanza il ruolo che stava assumendo la Cina. Prima del loro rimpatrio in seguito alla guerra civile, Cnpc disponeva di una forza lavoro in Libia di 30 mila operai e tecnici cinesi, e incanalava l’11 per cento delle esportazioni di greggio.

Eni, attiva in Libia dal 1959, è stata la prima compagnia petrolifera internazionale ad aver riavviato, nel settembre del 2011, la produzione nel paese attraverso il giacimento di Abu Attifel. E’ stata inoltre la prima azienda ad aver rimosso, nel dicembre 2011, lo stato di forza maggiore in Libia e ad aver ripreso nel febbraio del 2012 le attività di esplorazione offshore. Gli avvenimenti degli ultimi giorni, con l’invasione di Sirte da parte delle milizie dello Stato islamico, ha forzato tuttavia anche Eni a ritirare il personale dal paese africano, mantenendo specialisti italiani solo sulle piattaforme offshore.

   Impianto Eni