Intervista a Rexhepi
La lotta al terrorismo
 
Pristina, 04 dic - (Agenzia Nova) - Il Kosovo è un paese leader nella lotta contro il terrorismo, nonostante le difficoltà dovute all’esclusione da organizzazioni come Interpol, Europol, Frontex o Eurojust. E' quanto afferma il ministro dell’Interno kosovaro, Bajram Rexhepi, in un’intervista a “Nova” rilasciata durante la sua visita di martedì scorso a Roma dove ha preso parte alla riunione inaugurale del Progetto Ipa Balcani, alla presenza degli omologhi di Italia, Serbia, Albania, Bosnia-Erzegovina, ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) e Montenegro. “E’ stato un incontro importante per la lotta contro il crimine organizzato, che è una sfida per l’Europa intera ma soprattutto per i paesi dei Balcani occidentali, che necessitano del sostegno dell’Unione europea. In Kosovo abbiamo un’agenzia europea per rafforzare lo stato di diritto, Eulex, che si occupa di polizia, giustizia e dogane, ma lascia scoperti molti altri campi”, riferisce il ministro kosovaro.
 
“Attraverso i fondi di assistenza pre-adesione dell’Unione europea (Ipa) - aggiunge Rexhepi - possiamo dotarci di esperti per aumentare le nostre capacità: non ci scordiamo che il Kosovo parte con un handicap non indifferente rispetto ai nostri vicini, perché non siamo membri dell’Interpol, di Europol, di Frontex o di Eurojust” . Più del 95 per cento degli 1,85 milioni di abitanti del Kosovo è di religione musulmana e oltre il 70 per cento della popolazione è di età inferiore ai 35 anni. Gli esperti di terrorismo ritengono che le difficili condizioni economiche, con un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 50 per cento, favoriscano il reclutamento di giovani aspiranti jihadisti. “Questo fenomeno non riguarda solo i paesi dei Balcani occidentali ma anche il resto d’Europa. Per quanto riguarda il Kosovo, posso dire che i ‘foreign fighters’ (combattenti stranieri, ndr) sono approssimativamente 150 e che negli ultimi due anni oltre 20 di loro hanno perso la vita in aree come Iraq e Siria”, spiega Rexhepi.
 
Il rientro in patria dei combattenti reclutati dallo Stato islamico e dal fronte al Nusrsa “rappresenta una sfida per noi, perché questa gente è stata completamente indottrinata”, afferma il ministro kosovaro, dicendosi comunque orgoglioso dei risultati raggiunti dalle autorità. “Negli ultimi mesi abbiamo arrestato complessivamente più di 70 persone, inclusi alcuni imam. Esistono delle organizzazioni non governative che formalmente inviano aiuti umanitari, ma in realtà compiono azioni di reclutamento e finanziamento di potenziali terroristi. E’ un fenomeno molto complesso, ma posso dire con orgoglio che siamo un paese leader nella lotta contro il terrorismo”.
 
Le autorità kosovare hanno sviluppato anche una notevole capacità di intelligence nell’operazione che ha portato al rimpatrio di Erion Zena, bambino di  8 anni trasferito in Siria nel giugno 2014 dal padre contro la volontà della madre: il caso aveva suscitato molto scalpore in Kosovo dopo che la madre del bimbo aveva rivolto un appello pubblico per la restituzione del figlio.
 
 
 

 

Il ministro Rexhepi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     
Il ruolo dell'Italia    
     
L’Italia ha assunto quest’anno la guida della due maggiori organizzazioni internazionali in Kosovo: la forza militare multinazionale della Nato "Kosovo Force" (Kfor), comandata dal generale Francesco Paolo Figliuolo, e la missione europea per rafforzare lo stato di diritto Eulex, guidata dall’ambasciatore Gabriele Meucci. “Abbiamo un’ottima cooperazione a livello istituzionale, e casualmente ora abbiamo anche due italiani alla guida di Kfor ed Eulex. Ho incontrato Meucci e posso dire che ha una buona conoscenza dei dossier, ma è comunque in carica da appena due mesi e si è trovato dall’inizio a dover affrontare i sospetti di corruzione dei procuratori di Eulex. La cooperazione in generale è molto buona, soprattutto nel campo della polizia e delle dogane, ma ci aspettavamo di più nel sostegno al settore della giustizia”, afferma il ministro.

 

 
 
     
La crisi politica e il rapporto con i serbi    
     
La crisi politica in corso dalle elezioni anticipate dello 8 giugno scorso ha impedito al parlamento kosovaro di dotarsi di una specifica legge anti-terrorismo. “Purtroppo non è stato possibile approvarla in seconda lettura, ma speriamo che dopo la creazione delle nuove istituzioni il prossimo 8 dicembre 2014 venga promulgata subito. Questo disegno di legge potrebbe garantirci maggiore spazio per combattere e prevenire un fenomeno molto complesso come quello del terrorismo, che non è facile affrontare in base alle norme del codice penale, perché esistono alcune restrizioni”, spiega il ministro. Il fenomeno dei “combattenti stranieri” non riguarda però solo Siria e Iraq, ma anche l’Ucraina. “Abbiamo informazioni su alcuni movimenti cetnici che sono andati a sostenere i ‘fratelli russi’ in Crimea”, conferma Rexhepi, senza fornire ulteriori dettagli.
 
 
I leader dei due maggiori schieramenti politici di Pristina, Isa Mustafa della Lega democratica del Kosovo (Ldk) e Hashim Thaci del Partito democratico del Kosovo (Pdk), hanno raggiunto la scorsa settimana un accordo per formare il nuovo governo dopo ben sei mesi di impasse. “Siamo molto in ritardo, ma finalmente siamo riusciti a formare una ‘grande coalizione’ tra i due maggiori partiti. Secondo la Costituzione, il governo deve includere in parte anche i rappresentanti delle comunità etniche, inclusi serbi, rom, bosniaci, turchi e altri”, riferisce Rexhepi, lanciando poi un monito alla Lista Sprska, la formazione politica serba sostenuta da Belgrado. “Non daremo la possibilità alla parte serba di essere un fattore determinante all’interno del governo. Loro hanno delle ambizioni non realistiche e in alcuni casi dipendono direttamente dalle istituzioni di Belgrado e questo non è molto sano”, conclude il ministro.
 
La partecipazione dei serbi all’interno del nuovo governo appare comunque essenziale non solo ai fini dell’attuazione dell’accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina siglato a Bruxelles nell’aprile del 2013, ma anche per prendere decisioni cruciali come l’istituzione delle Forze armate kosovare e della Corte speciale per indagare sui presunti crimini commessi da ex esponenti dell’Esercito di liberazione del Kosovo. Il meccanismo di emendamento della Costituzione kosovara prevede che per i cambiamenti costituzionali siano necessari anche i 2/3 dei voti delle comunità minoritarie rappresentate in parlamento.
 

 

Il ministro dell'Interno del Kosovo, Bajram Rexhepi, intervistato da "Nova"