Intervista a Marghani
"Intervento militare? In Libia già troppe armi"
 

Roma, 18 set  - (Agenzia Nova) - Una “soluzione politica” resta da preferire a un intervento militare in Libia, dove già “sono in circolazione troppe armi”. È quanto ha detto in un’intervista a “Nova” il ministro della Giustizia libico, Salah Bashir Marghani, che oggi pomeriggio ha partecipato a Roma alla conferenza “Libia, la sfida della riconciliazione nazionale”. Il passo più importante che possa fare la comunità internazionale a favore della Libia è dimostrare con la propria presenza la legittimità delle istituzioni del paese e, in questo senso, è importante che l’Italia invii al più presto una delegazione a Tobruk. “La Libia è una democrazia giovane. Stiamo scrivendo una Costituzione, attraversiamo una fase di transizione. Abbiamo commesso degli errori e non ci si può aspettare da noi il migliore dei sistemi politici possibili, considerata la complessità della struttura della nostra società”, ha osservato il ministro.

 
Tuttavia, è necessario porre l’accento sul “rispetto delle regole della democrazia” ed è proprio su questo punto che la Libia “ha bisogno dell’aiuto della comunità internazionale”. Negli ultimi tempi la Francia, la Gran Bretagna e la Germania hanno inviato delegazioni nel paese nordafricano. “Ora ci aspettiamo che l’Italia lo faccia al più presto”, ha aggiunto Marghani. Sotto quest’ottica, il ministro libico ha sottolineato “l’unicità” del ruolo che Roma può giocare, anche grazie alla propria vicinanza geografica, nel sostegno del parlamento e delle istituzioni democraticamente elette.
 
“Sono molto rattristato dal fatto che finora abbiamo deluso le aspettative del popolo libico, lo stesso che si è rivoltato contro il regime di Muhammar Gheddafi, spesso a costo della vita. Questo non è lo Stato che sognavamo”, ha spiegato il ministro della Giustizia libico. La comunità internazionale può in ogni caso aiutare il paese nel suo percorso di transizione, in particolare “sanzionando chi cerca di destabilizzare la Libia”. Nel caso in cui le autorità libiche venissero invece lasciate da sole, secondo Marghani, la prospettiva sarebbe quella di “uno Stato fallito”.
 
Per la comunità internazionale è possibile aiutare il governo libico a uscire dalla crisi di sicurezza “parlando con un linguaggio chiaro” ai ribelli ed esigendo “il rispetto della democrazia e dei diritti umani”. Per l’esponente del governo dimissionario guidato da Abdullah al Thani, i gruppi che oggi tengono in ostaggio Tripoli rispondono a “due diverse visioni”. “La prima è di tipo estremista e non lascia spazio ad alcun margine di negoziato. La seconda è di fiducia nei confronti della comunità internazionale. Occorre prendere una posizione chiara, senza ambiguità. Dire che esiste un solo parlamento in Libia, quello democraticamente eletto, e che le violenze devono fermarsi”. Solo dopo, secondo Marghani, ci sarà la possibilità di “disarmare questi gruppi” con mezzi “che siano politici o di altri tipo”.
 

 

 

 

 

 
   
"Nazioni Unite possono mediare tra le parti"
 

Roma, 18 set  - (Agenzia Nova) - Il ministro della Giustizia preferisce che a mediare tra le parti siano “le Nazioni Unite” piuttosto che “attori regionali”, perché una condizione chiave è “essere imparziali”. Sul piano politico, per aiutare il governo libico “è necessario smettere di parlare di due parlamenti e di mettere i rappresentanti delle istituzioni democraticamente eletti sullo stesso piano dei ribelli. Abbiamo commesso sicuramente degli errori, ma siamo sempre in tempo per cambiare il governo, eleggere un nuovo parlamento. Le milizie, invece, non possono farlo. Questa è la differenza”. Parlare con i ribelli, secondo Marghani, è possibile. “Il dialogo è l’unico modo per rafforzare la democrazia. Con molti dei leader delle milizie si può arrivare ad accordi politici, ma è necessario che non vengano commesse violazioni dei diritti umani. Chi lo fa è contrario ai principi della rivoluzione”.

Attori regionali come Sudan, Qatar e Turchia sono accusati dal governo libico di sostenere le milizie armate attive nel paese nordafricano, ma la radice del problema resta costituita dalle armi provenienti dagli arsenali del regime di Muhammar Gheddafi. “Abbiamo accusato il Sudan di armare milizie attive in territorio libico, in particolare nella zona meridionale di al Kufra, ma ci sono anche altri attori coinvolti, come Qatar e Turchia, che però hanno negato qualunque responsabilità”, ha detto il ministro.

Secondo Marghani, tuttavia, la radice del problema resta l’arsenale di Gheddafi. “Uno degli errori commessi dalla Nato nella propria campagna aerea durante la rivoluzione è stato quello di distruggere solo una piccola parte dell’arsenale del regime di Muhammar Gheddafi. Sono quelle armi, oggi, a incoraggiare la formazione di nuove milizie. Se riusciamo a liberarci delle armi, con tutti i mezzi necessari, avremo risolto buona parte dei nostri problemi”. “Come è possibile – si è chiesto dunque il ministro libico - convivere con milizie che hanno a disposizione 900 carri armati? Non sono sicuro che nell’intera Italia se ne trovino altrettanti”.

Una tale quantità di armi, ha evidenziato il membro del governo oggi di base a Tobruk, “basta da sola a provocare combattimenti tra gruppi tribali e tutto ciò che ne consegue in termini di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra”. È dunque necessario “assicurare alla giustizia internazionale i signori della guerra”, “sanzionare le milizie attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e, qualora ve ne fosse bisogno, disarmarle”. C’è sempre un modo per risolvere un problema quando esiste la volontà politica di farlo, ma “finché tante armi continueranno a circolare in Libia le milizie saranno sempre più forti dell’esercito e agiranno fuori dal controllo del governo”.