La Cavour in Nigeria
Sulla nave Etna per i bambini di Lagos
 
Da bordo della portaerei Cavour, 3 mar (Agenzia Nova) - A prima vista i bambini sono tutti ben curati nelle loro divise impeccabili. Attendono di essere visitati dai volontari di Fondazione Rava, a bordo della nave Etna, e quando nella sala entrano i medici o gli ufficiali si alzano in piedi salutando con un educato "Goodmorning, Sir". Ma per comprendere le loro origini, l’inferno dal quale provengono, basta parlare con Barbara Pepoli, general manager di Loving Gaze, organizzazione no profit che da 25 anni opera in Nigeria, a Lagos e nello Stato di Taraba, con un team di 150 professionisti nigeriani, italiani e volontari internazionali. “Siamo arrivati in Nigeria nell’88 – racconta – a Morogbo e in altre zone di Lagos, gli abitanti erano stati cacciati dalle loro case con le ruspe, avevano distrutto tutto. Si sono rifugiati a Ikorodu e ci hanno chiesto di aiutarli. Così abbiamo comprato del terreno e loro hanno costruito le palafitte. Noi abbiamo costruito una scuola e una piccola chiesa”.

Si tratta di scuole cattoliche “ma noi – continua Barbara – accogliamo tutti: cristiani, musulmani, pentecostali. Abbiamo anche una clinica a Mushin, aperta nel 1994 in una zona molto calda e lì il 90 per cento dei nostri pazienti è di religione musulmana. Il nostro lavoro è ben accetto ma dobbiamo iniziare a chiudere alle 3 del pomeriggio perché poi diventa pericoloso». I bambini accolti a bordo della nave italiana hanno tra i 6 e i 12 anni e vengono da due comunità disagiate di Lagos: Ikorodu e Ikate Elegushi-Waterside dove hanno sede due scuole di Loving Gaze. La St. John School, frequentata da 370 bambini, e la S.S. Peter and Paul Nursery and Primary School che conta 430 alunni. Per questi bambini che lottano ogni giorno con la povertà, il disagio e la mancanza di strutture elementari gli unici momenti di serenità sono quelli passati a scuola. La loro giornata inizia molto presto: prima di uscire molti di loro devono andare a prendere l’acqua e rifornire le scorte di casa. Arrivano a scuola verso le sei di mattina anche se le lezioni iniziano alle 8 perché più tardi è impossibile muoversi a causa del traffico che paralizza la città. A Lagos vivono, infatti, 20 milioni di persone e la stima per percorrere 30 km è di circa 3 ore.

“Diversi bambini vivono con i nonni perché qui il concetto di famiglia è molto labile, e se il padre o la madre hanno un’altra relazione non portano i figli con loro. Molti finiscono a vivere con zii o conoscenti e vengono regolarmente violentati quando sono a casa. Abbiamo degli assistenti sociali e cerchiamo di intervenire nei casi più drammatici. Ma qui c’è un problema culturale”. Le statistiche sono chiare: in Nigeria 120 bambini su 1.000 muoiono prima dei cinque anni. Un dato allarmante se si pensa che in Giappone la statistica è di 3 su mille. Inoltre il 40 per cento dei bambini salta la scuola per andare a lavorare. «Tanti bambini a partire dagli 8 anni vengono mandati a Lagos dal villaggio e sono a servizio delle ricche famiglie locali. Spesso – afferma Barbara – sono le stesse persone per cui lavorano a iscrivere i bambini a scuola salvo, poi, chiederci di farli uscire prima perché devono tornare a casa a preparare il pranzo”. Ma questo è niente.

I villaggi dove sorgono le scuole quel giorno non si possono visitare. “C’è una celebrazione”, ci dicono. Durante i festival, le celebrazioni, qui è comune praticare sacrifici umani. Soprattutto in alcuni periodi dell’anno, come il Natale, questa barbarie diventa più frequente e i fiumi iniziano a riempirsi di corpi o dei loro resti così come i cigli delle strade. Una pratica difficile da contrastare dato che la legge delle tribù prevale su qualunque altra. L’unico che potrebbe intervenire a riguardo è l’Oba, una sorta di re spirituale di Lagos, di mediatore religioso, che ha una forte influenza come ruler.

“I bambini erano entusiasti di salire a bordo della nave», racconta Barbara. In Nigeria sono stati visitati 273 bambini e donati 59 paia di occhiali. La maggior parte di loro non era mai stato visitato da un oculista e al termine delle visite è risultato che il 15 per cento degli studenti aveva problemi agli occhi. Assesat ora ha un paio di occhiali spessi come fondi di bottiglia. Quando glieli hanno fatti indossare ha sorriso e ha visto per la prima volta il mondo. Era tanto che lamentava un problema alla vista, se ne erano accorti anche i suoi insegnanti, ma suo padre diceva che non era vero e che i suoi occhi erano a posto. Quando i medici di Fondazione Rava l’hanno visitata si sono accorti che aveva tutti e due i cristallini spostati. La conseguenza di qualche trauma che la rendeva una bambina praticamente cieca impedendole di vedere al di là del proprio naso. Quelli che ha indosso sono occhiali provvisori. La situazione è talmente grave che per lei verrà fatto un occhiale speciale in Italia.
 

 

 

 

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 03.03.2014 - In Nigeria per i bambini di Lagos

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 26.12.2013 - Auguri ai Marò

 26.12.2013 - Dubai la città dei record

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