Per la prima volta in Congo
Le navi italiane entrano per la prima volta in Congo
 
Da bordo della portaerei Cavour, 24 feb (Agenzia Nova) - Gli scenari a Pointe Noire, nella Repubblica del Congo, dove è giunta la portaerei Cavour, cambiano in continuazione. C’è la strada principale, l’Avenue Charles de Gaulle, una delle poche strade asfaltate della città con il grande palazzo dell’Eni, i negozi e i supermercati con prodotti per occidentali e per chi se li può permettere. Basta proseguire per un chilometro o due per trovarsi in una realtà completamente diversa. La gente cucina e vende il cibo sui marciapiedi: tanti ristoranti a cielo aperto e la musica che proviene da un locale dove si balla su un pavimento di fango mentre la pioggia bagna gli allegri avventori. Per raggiungere il lungomare, con le sue ampie spiagge costellate di rifiuti, bisogna attraversare i binari. Nessuna sbarra o segnale luminoso: il continuo via vai di auto e pedoni si interrompe solo pochi secondi prima dell’arrivo del treno facendo trasalire chiunque non sia avvezzo ai costumi locali.

È la prima volta che navi militari italiane entrano nella Repubblica del Congo. Pointe Noire, il promontorio così battezzato dai navigatori portoghesi del ‘400 per il colore delle sue rocce, oggi è il porto principale del paese e il nero che evoca è piuttosto quello del petrolio che transita da qui al ritmo di 290 mila barili al giorno. Il legame italiano con il Congo risale al 1880, quando l’esploratore italiano, naturalizzato francese, Pietro Savorgnan di Brazza fondò un insediamento a Nkuna. Più tardi verrà chiamato Brazzaville, oggi la capitale del paese. Un legame che esiste tuttora e che vede nell’Italia il secondo partner commerciale del Congo.

A bordo della portaerei Cavour sono saliti esponenti del governo locale: i ministri dell'Interno, della Difesa, dei Trasporti e degli Affari Sociali oltre al Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Capo di Stato Maggiore della Marina congolesi. L’importanza strategica del Congo per l’Italia riguarda principalmente due aspetti: la sicurezza internazionale e lo sfruttamento delle risorse energetiche. Come paese rivierasco che si affaccia sul golfo di Guinea il Congo riveste, infatti, un ruolo fondamentale sia per il monitoraggio delle linee di comunicazione marittima che attraversano il golfo (in termini di contrasto alla pirateria, al narcotraffico e al traffico di esseri umani) sia per il controllo delle sue frontiere a nord e nord est con i paesi della fascia subsahariana e con la Repubblica Democratica del Congo. I primi fortemente interessati dal terrorismo di matrice jihadista, la seconda caratterizzata da una forte instabilità interna. Criticità che potrebbero avere dei riflessi negativi sugli interessi nazionali italiani, dal momento che l’Eni ha di recente scoperto in Congo, a soli quindici chilometri dalla costa, un giacimento con una capacità estrattiva di un miliardo e duecento milioni di barili di petrolio e trenta miliardi cubi di metano. In Congo Eni è presente dal 1968 con 26 concessioni minerarie. Da qui produce circa 110 mila barili al giorno di petrolio e dal 2015 dovrebbe partire la produzione del nuovo giacimento.

“Questo è un paese in cui l’Italia si contende insieme alla Francia la pressoché della totalità delle risorse energetiche, fatte salve le parti che spettano al Congo stesso”. Un aspetto cruciale che vede nell’Italia uno dei due attori principali nel paese, secondo l’ambasciatore italiano in Congo Nicolò Tassoni Estense di Castelvecchio. L’Eni e la francese Total hanno, infatti, il controllo dei giacimenti petroliferi in Congo, con una produzione pari ai tre quarti del totale.

Come testimoniano le enormi pile di tronchi accatastati al porto, pronti per essere esportati, anche qui la penetrazione cinese è molto forte. Ogni anno in Congo vengono lavorati ed esportati due milioni di metri cubi di legname di ottima qualità. La maggior parte a favore della Cina che in questo settore ha meno vincoli per l’esportazione. “Noi non abbiamo mai fatto accordi di opere versus commodity perché il nostro sistema economico è diverso. Sarebbe difficile spiegare a qualcuno che deve comprare del legname per finanziare un altro che costruisce una diga. Detto questo l’Unione europea ha investito in Congo in un’operazione importante di tracciabilità del legno che dovrebbe a termine portare a una maggiore garanzia sul piano dell’utilizzo delle risorse forestali del paese e anche a un aumento nella scala di valore del legno che sia già minimamente lavorato e trattato in loco. Non si tratterebbe, dunque, solo di un’esportazione all’ingrosso come per ora stanno facendo i cinesi. È un processo lungo ma che è in corso”.

Ma, secondo l’ambasciatore italiano, il modello cinese per certi versi è vincente: “L’Africa è in una fase di cambiamento velocissima e ha bisogno di risposte rapide e di risposte organiche. I Cinesi lo hanno capito e lo stanno facendo. Dovremmo farlo anche noi: dovremmo imparare da loro che è vincente in Africa preparare e presentare dei pacchetti completi. Quello che stiamo cercando di fare è di portare delle filiere di aziende italiane che presentino dei prodotti che si integrino tra di loro e che possano essere concorrenziali proprio perché offrono un servizio dalla a alla z”.

“Credo — continua l’ambasciatore — che ci sia un riadattamento in corso e che sia possibile trovare una nicchia, un segmento in cui le stesse autorità locali riconoscano che hanno bisogno di qualità. Trovare un compromesso che ci permetta di avere la qualità del made in Italy ma anche la capacità di delivery veloce che hanno i nostri concorrenti”.
 

 

 

 

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