Tappa in Angola
In aiuto ai "meninos" de rua di Luanda  
 
 
Da bordo della portaerei Cavour, 18 feb (Agenzia Nova) - La Cavour è giunta in Angola. Percorrendo l’Ilha de Luanda, l’isola collegata alla terraferma dove la capitale, Luanda, s’immerge nell’Atlantico, saltano agli occhi tutte le contraddizioni di questa parte d’Africa. Da un lato il lungomare con i marciapiedi nuovi, le spiagge con le palme e i locali alla moda, costosi e rigorosamente portoghesi. La zona della baia, distrutta dalla guerra, è stata risistemata un anno fa sul modello, si dice, della brasiliana Copacabana. Ma basta volgere lo sguardo, le spalle al mare, per scorgere dall’altra parte chilometri di baracche, i bambini scalzi, le donne con i loro voluminosi cesti sulla testa e la musica di radio di fortuna appoggiate a terra che invade prepotentemente le strade. 
 
Dalle cancellate dello zoo abbandonato continuano ad entrare e uscire persone. Hanno creato dei varchi per accedere a quella che ora è la loro casa. Ora gli animali non ci sono più, né nelle gabbie né in strada. Sono stati mangiati tutti durante la guerra, la lunga e sanguinosa guerra civile che ha messo i ginocchio l’Angola all’indomani dell’indipendenza dal Portogallo nel ’75 e che è terminata solo nel 2002 con l’eliminazione fisica di Jonas Savimbi, leader dell’Unita. Luanda ha più volte conquistato il primato di città più cara al mondo, arrivando a scalzare Tokyo nella classifica di Mercer Consulting, ma più del 54 per cento della popolazione continua a vivere con meno  di un dollaro e 25 centesimi al giorno.
 
Sopravvivono cibandosi di manioca, erbe poco raffinate, pesce secco, prodotti  fuori da un ciclo commerciale con prezzi proibitivi. Oltre ventimila dollari al mese per l’affitto di un appartamento di 150 metri quadri, 45 dollari per un chilo di lattuga e 18 per un chilo di zucchine: è il risultato di un’economia basata sull’oro nero, in cui si importa tutto senza investire sul territorio, e della grande speculazione immobiliare che trascina in alto tutti gli altri prezzi della vendita al dettaglio. Le grandi compagnie petrolifere tendono a comprare blocchi interi di palazzi per i propri dipendenti e la stessa cosa fanno le banche sull’onda di questa sicura crescita economica.
 
Così gli immobili vengono messi a bilancio per il loro valore nominale e non c’è nessun interesse a venderli, affittarli o mutuarli a un prezzo inferiore. Visto dal mare lo skyline di Luanda è puntellato dalle gru. Appartengono a ditte cinesi e portoghesi che hanno aperto linee di credito. "Si continua a costruire ma è chiaro che questo sistema non reggerà per sempre: ci saranno sempre più appartamenti, sempre più sfruttamento edilizio e i prezzi necessariamente tenderanno a calare". È la previsione dell’ambasciatore d’Italia in Angola, Giuseppe Mistretta. 
 
A bordo della Cavour in Angola è stato allestito uno stand particolare. L’ammiraglia della Marina italiana ha ospitato a bordo i padri salesiani della Comunità di Don Bosco. L’esperienza dei salesiani in Angola è iniziata nel 1981 quando, durante la guerra civile, hanno contribuito ad alleviare le sofferenze della popolazione. Una delle loro realizzazioni più importanti e significative è la grande scuola di Don Bosco alla Lixeira, la discarica, di Luanda. Un istituto per i livelli primario, medio e superiore che accoglie 4.500 ragazzi l’anno. Padre Stefano Tollu arrivò per la prima volta in Angola nel ’98. Dal 2009 è coordinatore del centro di Mota, bidonville luandese, dove sorgono Casa Magone e Casa Margarida, strutture di accoglienza per i “meninos de rua”, i bambini di strada, uno dei problemi più gravi della realtà angolana.
 
La sua Luanda è lontana dal lusso di Talatona, la nuova zona chic sorta nella periferia, e ben diversa da quella dei 6500 miliardari che secondo le stime vivono nella città. Ha l’odore nauseante del fiume nero di liquami che scorre per le strade e il sorriso dei bambini abbandonati. Entrando nel “bairro mota”, uno dei quartieri più poveri e disastrati, padre Stefano viene accolto come una celebrità. La strada è bloccata e per passare bisogna interrompere una partita di calcio che è in corso sulla strada sterrata. "Padre Esteban, padre Esteban!", il pulmino viene accerchiato dalle donne e dai ragazzi. Tutti salutano. C’è chi lo chiama “Pai grande”, “padre importante”. Nei siti curati dai salesiani  i militari del 30º Gruppo navale e le Infermiere Volontarie della Croce Rossa italiana, imbarcate sulla Cavour in supporto alla missione umanitaria, si sono messi al lavoro per aggiustare e sistemare tutto quello che si può.
 
Padre Stefano ci presenta un ragazzo. “Lui qui fa un lavoro molto importante”, ci dice. “In pratica è un investigatore, e il suo lavoro è andare nelle favelas a cercare i familiari dei bambini. Non esistono orfani, tutti hanno famiglia ma la famiglia angolana in questo momento è completamente destrutturata: le donne, una volta incinte vengono abbandonate con i figli e spesso questi bambini si ritrovano per strada. Lui va lì e cerca le famiglie, abbiamo una cooperazione anche con la polizia criminale e quando noi riteniamo che la famiglia di provenienza sia pericolosa per il bambino richiediamo un intervento”. 
 
I ragazzi, nella struttura, sono seguiti giorno e notte dagli educatori. “Per portare i bambini ad essere bambini ci vogliono dai quattro ai cinque anni. Un bambino che è  cresciuto in strada ed è sopravvissuto è un bambino che deve capace di rispondere con violenza a qualsiasi aggressione”, spiega Tollu. Per strada i bambini hanno conosciuto qualsiasi atrocità. Hanno imparato a drogarsi succhiando la benzina, subito violenza carnale. Padre Tollu li va a cercare prima che finiscano nel giro della vendita di organi. Tra i progetti per regalare un futuro ai piccoli c’è un accordo con le multinazionali del petrolio. “Loro ci danno i soldi e noi costruiamo delle scuole professionali di tre anni per formare i futuri capi officina, il futuro personale che poi gli gestisca la fabbrica. Costa carissimo ma non è vero che non si può fare”.
 
 
 

 

 

 

 LE TAPPE PRECEDENTI

 11.02.2014 - In viaggio verso nord

 05.01.2014 - In azione nell'Oceano Indiano

 02.01.2014 - Capodanno di beneficenza

 26.12.2013 - Auguri ai Marò

 26.12.2013 - Dubai la città dei record

 23.12.2013 - Le aziende della difesa in Oman

 18.12.2013 - La Cavour in Qatar

 13.12.2013 - La Cavour in Kuwait

 09.12.2013 - Il Bahrein e le eccellenze italiane

 04.12.2013 - Il giorno di Santa Barbara 

 01.12.2013 - L'ultraleggero italiano

 26.11.2013 - Salvataggio in mare

 25.11.2013 - La squadra navale nel Golfo di Aden

 25.11.2013 - La Cavour salpa da Gedda

 22.11.2013 - Intervista all'ambasciatore Boffo

 19.11.2013 - La Cavour a Gedda

 18.11.2013 - L'ospedale navigante

 16.11.2013 - Le donne della Cavour

 13.11.2013 - Partita la missione Cavour

 05.11.2013 - Sistema paese via nave

Il "Sistema Paese" in Angolo, tappa chiave per il made in Italy    
 
Da bordo della portaerei Cavour, 19 feb (Agenzia Nova) - Dopo la fine della guerra civile nel 2002, dice Giuseppe Mistretta, ambasciatore uscente d’Italia in Angola, “si è aperta una nuova fase della storia dell’Angola  basata sulla pace, sul rilancio economico e sullo sviluppo democratico. Nel 2008, poi, le prime vere elezioni politiche hanno confermato la leadership del Partito Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell'Angola) con l’82 per cento dei voti e nel 2010 è stata approvata la nuova Costituzione”. Una nuova stabilità politica che, secondo l’ambasciatore, apre interessanti prospettive commerciali in quest’area. 
 
Il paese, insieme a Egitto, Nigeria e Kenya, è considerato dalla Banca Africana di Sviluppo uno dei “leoni d’Africa”, i cinque leader economici del Continente, e quella angolana è ormai la seconda economia dell’Africa subsahariana. Un’economia centrata unicamente sullo sfruttamento del petrolio di cui vengono estratti circa 1 milione e 800 mila barili al giorno. Numeri che fanno dell’Angola il secondo produttore nel Continente dopo la Nigeria. Il settore, petrolifero, costituisce, infatti, l'85% del Pil e il 95 per cento delle esportazioni, ma impiega solo lo 0,2 per cento della popolazione economicamente attiva. “Oggi il paese – continua Mistretta – è un enorme cantiere a cielo aperto dove i proventi del petrolio vengono adoperati per la costruzione di centri commerciali, strade, ponti, aeroporti. Molto è in mano ai cinesi grazie alle intese che coinvolgono i due governi, le banche, i fondi sovrani, con il meccanismo degli Oil backed loans (prestiti in cambio di petrolio)”. 
 
In Angola la presenza italiana è ancora modesta. Mistretta parla di “cinquecento connazionali, una comunità piccola legata soprattutto al mondo industriale: all’Eni che è la più grande componente di connazionali all’estero che abbiamo qui, alla Saipem, un’altra impresa legata all’Eni e ad altre imprese importanti come Cremonini, la Grimaldi e la Msc crociere che hanno delle attività nel settore cargo”.
 
Ora, secondo Ernesto Clausi, analista geopolitico,  l’Angola ha davanti due grandi sfide. “La prima è la costruzione di un modello di crescita sostenibile che partendo dai proventi dell'industria petrolifera consenta la ricostruzione del sistema infrastrutturale e la diversificazione produttiva sfruttando appieno le risorse: estrazione di diamanti (5 per cento dell'export), caffè e cotone. La seconda riguarda la gestione dei benefici derivanti dal petrolio: mentre il Pil cresce vertiginosamente più della metà della popolazione continua a vivere con meno di due dollari al giorno”. Un primo passo è stato fatto in ottobre. “Luanda ¬— afferma Clausi — ha annunciato la creazione di un fondo sovrano per investire parte dei ricavi petroliferi in business e diversificare l'economia. Un fondo di 5miliardi di dollari, il secondo più ampio dopo quello del Botswana, che dovrebbe essere sfruttato su progetti infrastrutturali su larga scala e nell'industria alberghiera”.
 
Finmeccanica ha riservato una particolare attenzione alla tappa in Angola, dove la società è stata rappresentata ai massimi livelli con l’obiettivo di stabilire rapporti di cooperazione con il governo angolano. “Siamo qui per capire il mercato, le esigenze del paese, di un singolo ministero o di un singolo cliente, militare o civile, per poi offrire tutta una serie di servizi insieme al prodotto”. Secondo Sergio Scodanibbio, vice presidente Marketing e Business Governance di Finmeccanica, “l’Angola si sta muovendo in maniera molto aperta per cercare dei partner alternativi ai russi. È un paese che ha tantissime esigenze di protezione e di sicurezza delle persone e dei confini. Noi qui siamo ancora a un approccio di tipo top down. È il primo step ma ci sono ottime prospettive”.
 
“Sicuramente, quella di Luanda è stata una delle tappe più significative di questa campagna navale, soprattutto per le molteplici opportunità che il mercato angolano, caratterizzato da una domanda molto alta e da un’offerta relativamente scarsa, è in grado di offrire in questo momento e ancor di più nei prossimi anni”. Anche per Francesco Baudassi e Gianmarco Orefice, dell’ufficio promozione internazionale di Federlegno Arredo, l’Angola è tra i paesi chiave nel continente africano. Si stima, infatti, che l’Angola stia sfruttando solo il 10 per cento del suo patrimonio forestale e questo a fronte di una forte disponibilità di capitali da investire nel settore. Quello che manca è la capacità imprenditoriale e il know-how. Per questa ragione gli imprenditori del settore sono alla ricerca di partnership con aziende straniere del settore che favoriscano il trasferimento di tecnologia e la formazione del personale.
 
Ad oggi, le collaborazioni con le aziende portoghesi hanno lasciato piuttosto insoddisfatti gli imprenditori angolani, poiché esse si limitano alla vendita di macchinari (di fabbricazione italiana nella maggior parte dei casi). Nell’ottica di trasformare il paese da mero esportatore di materia prima a esportatore di semilavorati sono state adottate misure restrittive all’esportazione di tronchi e introdotti dazi all’importazione molto elevati per i prodotti finiti (60 per cento), mentre per i semilavorati molto più bassi (30 per cento). Un quadro che rende la partnership con le imprese italiane, ormai una tappa obbligata per la crescita dell’industria angolana.