Turchia dopo Gezi Park
L’economia tiene malgrado la crisi internazionale e le proteste
 

Roma, 5 lug - (Agenzia Nova) - Le proteste iniziate in Turchia a fine maggio scorso hanno rallentato il processo di adesione europea del paese, ma per ora non sembrano aver influito pesantemente sul suo ritmo di crescita economica, sempre più alto rispetto alla media globale. La Banca mondiale ha stimato nel suo outlook di giugno che il Pil della Turchia, dopo una crescita del 2,2 per cento nel 2012, si attesterà a circa il 3,6 per cento nel 2013, al 4,5 per cento nel 2014 e al 4,7 per cento nel 2015, mentre per il resto dei paesi la crescita media prevista è del 2,2 per cento quest’anno, del 3,0 per cento nel 2014 e del 3,3 per cento nel 2015. Nel suo rapporto di luglio sulla Turchia, la Banca mondiale ha confermato il tasso di crescita previsto del 3,6 per cento.

“Il tasso di crescita in Turchia nel primo trimestre dell’anno è stato abbastanza positivo – ha detto pochi giorni fa Cagds Unal, economista della Banca mondiale ad Ankara -, ma le nostre previsioni rimangono al 3,6 per cento per il 2013 perché crediamo che l’ultima decisione della Federal Reserve Usa di mettere fine alle iniezioni di liquidità nell’economia globale potrebbe causare grandi fuoriuscite di denaro dai paesi emergenti che hanno attualmente alti deficit commerciali, come la Turchia”. Unal ha aggiunto che la Turchia è stata duramente colpita dalla crisi economica nell’Ue, mentre le proteste di Gezi Park non hanno avuto effetti negativi sull’indice di fiducia economica nel paese.

Secondo l’istituto nazionale di statistica turco Turkstat, il Pil del paese è cresciuto dell’1,6 per cento nel primo trimestre dell’anno rispetto ai tre mesi precedenti. Nello stesso periodo il Pil è aumentato del 3 per cento su base annuale, un dato superiore alle aspettative per il ministro dell’Economia Zafer Caglayan. La Turchia rimane quindi al 18mo posto tra le potenze economiche mondiali e al sesto posto in Europa, grazie alla sua politica regionale, alla posizione strategica dal punto di vista militare ed energetico e al ruolo di cerniera tra Occidente e Medio Oriente.

La Turchia è diventata negli ultimi dieci anni un paese leader sulla scena internazionale anche grazie anche ad una politica commerciale di diversificazione dei mercati d’esportazione. Dal 2003 è aumentato in particolare l’export verso i paesi del Medio Oriente, inclusi Iran, Iraq ed Emirati. Secondo i dati della Banca mondiale, la quota dell’Iraq nelle esportazioni turche è passata dal 2 per cento del 2004 al 9 per cento del 2013. La Turchia continua inoltre ad essere uno dei maggiori partner commerciali della regione del Caucaso del Sud.

L’economia di Ankara presenta però delle vulnerabilità che potrebbero condizionare il suo sviluppo economico negli anni a venire. Il problema principale del paese è il deficit delle partite correnti, il cui “aggiustamento” in un momento di stress finanziario rischia di causare un calo della produzione, indebolendo la moneta nazionale e facendo diminuire le riserve di valuta estera. Nel 2012 il deficit delle partite correnti è stato di 48,8 miliardi di dollari, quello commerciale di 84 miliardi, mentre il tasso d’inflazione è stato dell’8,9 per cento e quello di disoccupazione del 10 per cento. L’economia turca inoltre è fortemente dipendente dagli investimenti stranieri e dal turismo.

Secondo la Sace, l’impatto delle proteste sui mercati ha contribuito al calo degli indici di borsa (-15 per cento nei 10 giorni successivi ai primi disordini) e ad una pressione sulla valuta locale (la lira turca ha raggiunto il valore più basso da fine 2011 in rapporto all’euro). La percezione del rischio misurata attraverso i credit default swap (5 anni, in dollari) mostra un incremento di circa 50 punti base. “L’eventuale protrarsi delle proteste – scrive Sace - potrebbe continuare ad avere un effetto deterrente sui mercati e conseguentemente avere un effetto negativo per il paese, fortemente dipendente dall’afflusso di capitali stranieri a breve termine”. Il rallentamento dei flussi di investimento a breve potrebbe quindi creare difficoltà nel finanziamento del crescente deficit corrente.

Il declino nel settore del turismo potrebbe inoltre avere ripercussioni sul Pil e costringere il governo a ridurre la spesa pubblica. Secondo il ministro della Cultura e del turismo, in media, la Turchia ha più di 30 milioni di turisti ogni anno, con entrate pari a 30 miliardi. Circa il 30 per cento dei turisti affluiscono ad Istanbul, dove è nata la protesta. La maggior parte degli hotel di Istanbul si sono però svuotati dopo le prime manifestazioni. Il turismo in Turchia è calato anche a seguito della crisi siriana che ha portato nel paese centinaia di migliaia di profughi. Secondo il governatore della Banca centrale, Erdem Bashchi, molti clienti stranieri hanno anche iniziato a ritirare i loro depositi dagli istituti di credito turchi. Per ora tuttavia, non le proteste non hanno prodotto una situazione di instabilità politica in grado di influire sulla politica economica del governo e sullo sviluppo del paese. (Gla)

 

Operai al lavoro in una fabbrica di Istanbul

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Ankara cerca l'indipendenza energetica
 

Roma, 5 lug - (Agenzia Nova) - I grandi progetti energetici del governo turco proseguono come previsto nonostante le proteste iniziate alla fine di maggio scorso. Uno di questi è la centrale nucleare di Mersin-Akkuyu, la prima del paese, che sarà realizzata in partnership con la russa Rosatom. L’impianto dovrebbe entrare in funzione nel 2019 sulla costa mediterranea e supplire alla dipendenza di Ankara da fonti energetiche esterne e in particolare dal gas russo, iraniano e iracheno. Nel 2011 è stata creata una compagnia di progetto in base all’accordo intergovernativo tra Turchia e Russia sulla costruzione della centrale nucleare. L’accordo prevede che Rosatom non abbia meno del 51 per cento della nuova società.

All’inizio di giugno è stato firmato ad Ankara l’accordo per la realizzazione del progetto della seconda centrale nucleare della Turchia a Sinop, sulle coste turche del Mar Nero. Il consorzio franco-nipponico Mitsubishi-Areva è stato confermato vincitore dell’appalto da 22 miliardi di dollari per la costruzione dell’impianto. I lavori di costruzione dell’impianto di Sinop dovrebbero iniziare nel 2017 e il primo reattore dovrebbe entrare in funzione nel 2023 sotto il controllo della società francese Gdf Suez. La costruzione della struttura dovrebbe richiedere un investimento compreso tra i 22 e i 25 miliardi di dollari. Alla gara per la costruzione della centrale di Sinop hanno preso parte aziende di Cina, Giappone, Francia e Corea del Sud. La società giapponese Tepco si è ritirata dal progetto ad agosto scorso perché l'offerta presentata non rispondeva alle richieste della Turchia. Ankara ha deciso infatti di adottare un sistema più moderno e sicuro di quello offerto da Tepco per la realizzazione dell'impianto.

 

La terza centrale turca potrebbe essere invece costruita nella città di Igneada, al confine con la Bulgaria. La notizia è però stata smentita il 22 dicembre scorso dal ministro uscente dell’Economia bulgaro, Deljan Dobrev, il quale ha detto di non essere in possesso di alcun documento che confermi l’esistenza del progetto. Il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, ha annunciato che il governo turco lancerà al più presto un piano operativo per la costruzione della terza centrale nucleare del paese. “Abbiamo già preparato il materiale per iniziare i negoziati ma il nostro premier (Recep Tayyip Erdogan) ci ha dato un altro obiettivo, costruire la terza centrale con risorse per lo più interne”. Yildiz ha aggiunto che il governo non aspetterà che siano completate le prime due centrali prima di decidere sulla terza, anche se ci vorranno due anni almeno per scegliere il sito.

 

La Turchia sta facendo anche investimenti nella ricerca di gas da scisti, nel solare e nella costruzione di centrali a carbone per ridurre la sua dipendenza da risorse energetiche esterne. Dal 2011 ad oggi inoltre Ankara è in “guerra” con la Repubblica greca di Cipro per garantirsi una fetta dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Pochi mesi fa le autorità turche hanno anche annunciato la decisione di sospendere i progetti avviati con la società italiana Eni a causa della sua partecipazione al programma di esplorazione dei giacimenti di gas al largo delle coste di Cipro. Ankara ha minacciato più volte di sospendere ogni collaborazione con i gruppi petroliferi internazionali che concludano accordi con il governo cipriota e ha diffidato il governo di Nicosia nelle ultime settimane dall'usare le riserve di gas quale garanzia per superare l'attuale crisi finanziaria.

 

“Il governo greco cipriota ha recentemente iniziato una seconda fase di esplorazioni alla ricerca di idrocarburi in un'area di quella che definisce la sua zona economica esclusiva (il blocco 12 dove si trova il giacimento Afrodite) – si legge in un comunicato del ministero degli Esteri turco -. Questa fase rappresenta il proseguimento delle iniziative irresponsabili, provocatorie e unilaterali dei greco ciprioti nella regione, a discapito dei diritti dei turco ciprioti su quelle riserve”. Nel comunicato si aggiunge che “le iniziative unilaterali dei greco ciprioti dimostrano che la parte greca non può collaborare con quella turca. Non possiamo permettere che una questione nata ormai 50 anni fa continui ancora”.

 

Con l’elezione di Nicos Anastasiades alla presidenza della Repubblica greca di Cipro, c’è stato un riavvicinamento tra le due parti dell’isola, tuttavia non c’è ancora un accordo sulla distribuzione delle riserve di idrocarburi presenti al largo delle coste cipriote. Il governo turco sostiene infatti che l’unica soluzione accettabile per la disputa sulle riserve di gas e petrolio è quella proposta dall’amministrazione turco cipriota che prevede la creazione di una commissione ad hoc, formata da rappresentanti delle due parti e delle Nazioni Unite.

 

I dati iniziali emersi dalle esplorazioni condotte per conto di Nicosia dalla società Usa Noble Energy nel blocco 12 della Zona economica esclusiva di Cipro indicano l’esistenza di riserve di gas naturale che vanno dai 5 agli 8 mila miliardi di piedi cubi. Il 24 gennaio scorso Cipro ha firmato contratti con il consorzio Eni/Kogas per le prospezioni nei blocchi 2, 3 e 9 della Zee, mentre il 6 febbraio ha firmato i contratti con la francese Total per le esplorazioni nei blocchi 10 e 11. (Gla)

 
 
 
Le proteste di Gezi Park allontanano Ankara dall’Ue
 

Roma, 5 lug - (Agenzia Nova) - Le proteste iniziate in Turchia alla fine di maggio scorso sono state motivo di forti frizioni tra Ankara e l’Unione europea. A più riprese infatti le istituzioni comunitarie hanno invitato la Turchia a rispettare “il diritto internazionale”. L’Europarlamento ha approvato una risoluzione a larga maggioranza il 13 giugno scorso in cui ha chiesto al premier Erdogan e al governo di “comprendere le ragioni delle proteste di una parte della popolazione, scusarsi per l’uso eccessivo della forza e compiere dei passi concreti verso la riconciliazione”.

 

La risposta di Erdogan non si è fatta aspettare. In un intervento pubblico il primo ministro leader del partito Giustizia e sviluppo (Akp), al potere dal 2002, ha dichiarato di non riconoscere “alcuna decisione del Parlamento dell'Unione europea” sulle proteste di Gezi Park. Erdogan ha sottolineato come la Turchia non sia un paese la cui agenda politica “può essere dettata da altri. Siamo in un’era in cui le parole tagliano più delle spade”, ha affermato il premier turco, il quale fin dai suoi primi commenti sulle manifestazioni in corso ad Ankara ha attribuito a “forze esterne” la paternità delle proteste.

 

“Qualcuno vuole rallentare la crescita economica turca”, ha detto Erdogan, ribadendo che lobby e mezzi di informazione internazionali stanno sfruttando le proteste. Dichiarazioni simili erano state pronunciate in precedenza dal ministro degli Affari europei, Egemen Bagis, il quale aveva affermato: “Chi non può sconfiggerci con i propri mezzi ha sfruttato la protesta. Ma la società non ha dato alcun credito a queste provocazioni negli ultimi dieci anni e non lo farà oggi". Bagis ha incontrato ieri gli ambasciatori dei paesi europei accreditati ad Ankara, a 24 ore dalla decisione del Consiglio affari generali dell’Ue di rimandare ad ottobre la riapertura dei negoziati d’adesione e in particolare del capitolo 22 sulle politiche regionali. La conferenza d’adesione doveva tenersi oggi, ma è stata rinviata a causa dell’opposizione di Austria e Germania.

 

Nel suo discorso ai rappresentanti diplomatici dei Ventisette, Bagis ha sottolineato come la membership europea sia per Ankara “un obiettivo strategico e unitario che tutti i governi si sono impegnati a raggiungere fin dal 1959”, anno in cui la Turchia ha presentato la domanda di adesione alla Comunità economica europea. Riferendosi alle proteste di Gezi Park, Bagis ha aggiunto che “la Turchia non è una democrazia di serie B che possa arrendersi alle pressioni interne o straniere. In altri paesi ci sono situazioni simili a quella della Turchia”.

 

Bagis ha inoltre ricordato che gli agenti di polizia “responsabili di abusi saranno trovati, indagati e puniti”, dicendosi convinto che “dietro le proteste di Gezi Park non ci sia uno spirito ambientalista, ma che (invece) siano state pianificate molto tempo fa". Per Bagis, “non si può parlare di primavera turca come sostengono alcuni. La primavera turca è iniziata il 3 novembre del 2002 quando il partito Giustizia e sviluppo è salito al potere. La nostra democrazia e la libertà d’espressione si sono rafforzate nel corso degli anni con le elezioni e i referendum”, ha detto il ministro.

 

Gli ambasciatori europei, da parte loro, hanno emesso una dichiarazione congiunta, al termine dell’incontro, in cui invitano Ankara a “rispettare le libertà fondamentali, incluso il diritto di assemblea e di espressione”. I ministri degli Esteri dei Ventisette hanno ribadito inoltre, in occasione del Consiglio affari generali di Lussemburgo, che la ripresa dei negoziati di adesione della Turchia non sarà automatica. Sarà invece necessario il via libera del Consiglio Ue dopo la presentazione del rapporto annuale della Commissione europea su Ankara. Dopo la presentazione del rapporto dell’esecutivo Ue, prevista per il prossimo ottobre, il Consiglio Affari generali “dovrà confermare” la posizione favorevole all’apertura del capitolo 22 sulle Politiche regionali e “fissare una data per la conferenza di adesione”.

 

“La Turchia per aprire un nuovo capitolo con l’Unione europea deve inviare segnali positivi e garantire i diritti dei cittadini”, ha affermato il ministro degli Esteri austriaco, Michael Spindelegger. Scettico anche il capo della diplomazia tedesca, Guido Westerwelle, secondo cui è necessario “non rompere il dialogo con Ankara”, ma allo stesso tempo “non si può ignorare quanto successo nelle ultime settimane” nel paese. Dopo le proteste, la maggior parte degli stati membri è rimasta favorevole al proseguimento dei negoziati di adesione all’Ue di Ankara, ma alla fine è stato approvato un compromesso che sembra soddisfare più Berlino e Vienna che le altre capitali europee. (Gla)

  Scontri tra polizia e manifestanti ad Istanbul