La condanna di Gotovina

Gotovina condannato a 24 anni di reclusione
 
Zagabria 26 apr - Il 15 aprile scorso, Ante Gotovina, generale croato accusato di crimini di guerra nei confronti della popolazione serba della zona della Krajina, in Croazia, è stato condannato a 24 anni di carcere dal Tribunale internazionale per i crimini di guerra dell'Aia. Il secondo generale accusato, Mladen Markac, è stato condannato a 18 anni, mentre il terzo generale, Ivan Cermak, è stato prosciolto. Il giudice olandese Alphons Orie ha dichiarato  che la sentenza riguarda "crimini avvenuti dal luglio al settembre del 1995 nei confronti della popolazione serba della Krajina (parte del territorio croato abitata in passato prevalentemente dalla popolazione serba)".

La sentenza di primo grado, oltre ad avere reso più tesi i rapporti tra Zagabria e Belgrado, ha avuto ripercussioni sulla scena politica interna. La tesi considerata maggiormente inaccettabile da tutti gli esponenti politici croati è quella secondo cui "Franjo Tudjman (ex presidente) ha avuto un ruolo chiave nell'associazione a delinquere finalizzata a popolare di cittadini croati la regione della Krajina (abitata prevalentemente da serbi e di fatto indipendente dalla Croazia durante l'operazione di cui è accusato Gotovina), spiegando ai generali il modo di procedere durante gli incontri di Brioni".  La premier croata Jadranka Kosor, da parte sua, ha confermato che sono in corso le indagini per stabilire chi abbia consegnato al Tribunale dell'Aia i cosiddetti "verbali degli incontri di Brioni", i documenti utilizzati per stabilire l'esistenza del reato di “associazione a delinquere” presso i vertici croati durante l'operazione militare Tempesta (nella regione della Krajina e in particolare nella città di Vukovar).
  L'ex generale croato Ante Gotovina

 

Le polemiche sulla sentenza
 

Zagabria, 26 apr - (Agenzia Nova) -Commentando la sentenza della Corte dell'Aia a carico dell'ex generale croato Ante Gotovina, il presidente della Croazia, Ivo Josipovic, si è detto convinto che  "la guerra condotta dai croati è stata una lotta giusta, e nessuna sentenza potrà mai cambiare questa realtà". Secondo quanto scritto in questi giorni dal quotidiano statunitense "Washington Post", inoltre, la consegna di Gotovina "ha rappresentato un errore grave, e molti si pentiranno di questa decisione. I Balcani scoppieranno nuovamente, è solo una questione di tempo, il vento di guerra è nell'aria". Il presidente Josipovic ha detto che "appare chiaro che la giustizia non è di casa all'Aia", ma ha anche ammesso che a questo punto, alla luce della sentenza che parla di "associazione a delinquere dei vertici croati", sarebbe possibile riconsiderare la richiesta presentata alle istanze internazionali di un risarcimento da parte di Belgrado per danni di guerra e genocidio avvenuti su suolo croato. "Bisogna vedere cosa ci conviene di più, e potrebbe esserci anche un accordo extragiudiziale", ha sostenuto Josipovic.

In un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale croata si legge che "la sentenza di condanna per Gotovina ha portato i cittadini croati ad avere meno fiducia nelle istituzioni che si occupano di giustizia a livello internazionale". I vescovi della conferenza ritengono che "tutto ciò getterà una luce negativa sul giudizio storico nei confronti della guerra di liberazione croata, ovvero sulla difesa contro l'aggressione serba. Abbiamo inoltre il timore che la reputazione della Croazia a livello internazionale ne verrà sminuita e che la sentenza abbia ripercussioni negative sulla ricostruzione della pace a livello regionale". I vescovi ritengono infine che "la tesi dell'associazione a delinquere è infondata e rappresenta un grave insulto al popolo croato".

Il giornalista tedesco Norbert Mappes-Niediek, considerato uno dei massimi esperti delle guerre balcaniche degli anni Novanta, ha detto che "la Croazia convive ancora con una serie di menzogne storiche, tra cui quella secondo cui l'operazione militare “Tempesta” sarebbe stata un’eroica azione militare. L'esercito dei serbi locali della Krajina, su ordine di Belgrado, non ha nemmeno opposto resistenza. La fuga di massa dei serbi non è stata una conseguenza, ma uno degli scopi dell'azione, e se Franjo Tudjman fosse ancora vivo sono sicuro che sarebbe stato condannato dall'Aia". Mappes-Niedek sottolinea che "nemmeno gli americani hanno avuto un ruolo molto positivo nell'azione (che avevano appoggiato, ndr)". Secondo il giornalista tedesco infine, "Tudjman voleva trasformare la riconquista della Krajina in un mito nazionale, secondo cui i croati non sarebbero soltanto delle vittime, ma importanti protagonisti della storia. Molti in Croazia hanno creduto in questo mito, ma l'azione militare del 1995 non offre un sostegno a questa interpretazione. La Croazia inoltre non ha bisogno di falsi miti ".

 

La torre di Vukovar colpita durante l'operazione Tempesta

 

 

 

 

 

 

 
Le reazioni politiche interne
 

Zaagabria, 26 apr - (Agenzia Nova) - La tesi considerata maggiormente inaccettabile da tutti gli esponenti politici è quella secondo cui "Franjo Tudjman ha avuto un ruolo chiave nell'associazione a delinquere finalizzata a popolare la regione della Krajina (abitata prevalentemente da serbi e di fatto indipendente dalla Croazia durante l'operazione di cui è accusato Gotovina) con cittadini croati, spiegando ai generali il modo di procedere durante gli incontri di Brioni". Il presidente croato Ivo Josipovic, si è dichiarato "scioccato" da questa versione dei fatti, mentre la premier Jadranka Kosor ha promesso che "faremo di tutto per confutare quest'accusa". Andrija Hebrang, uno dei collaboratori di Tudjman, è apparso a sua volta molto turbato nel corso di un'intervista televisiva e ha affermato che "secondo me, vi sono state due operazioni “Tempesta” (azione militare del 1995 per riannettere la Krajina, ndr)".

Il leader del Partito socialdemocratico, Zoran Milanovic, ha affermato invece che "i generali pagano il debito di qualcun altro", mentre il presidente della Sabor (parlamento monocamerale), Luka Bebic, ha detto: "Sono a mia volta pronto a rispondere di quanto accaduto nel 1995". In quest’anno di elezioni sono sempre più gli analisti che ritengono ci sia un effettivo disagio a parlare dell'eredità politica di Tudjman da parte degli attuali leader, perché il primo presidente gode ancora del rispetto della popolazione.

"Il modo in cui i vertici politici croati non riescono ad accettare la tesi dell'associazione a delinquere è sintomatico di uomini politici smarriti e incapaci", ha dichiarato Bert Salaj, professore della Facoltà di scienze politiche di Zagabria. Secondo Salaj "un'analoga sentenza di secondo grado produrrà l’incognita di come noi, come comunità politica, potremmo reagire. Non sarà infatti possibile considerare l'operazione 'Tempesta' come un atto legittimo di liberazione, e al contempo accettare il fatto che Tudjman ha fatto parte di un’associazione a delinquere". In altre parole - ha aggiunto – continueremo a trovare argomenti sul perché l'operazione militare sia stata positiva, e al contempo condannarne i personaggi chiave come criminali."Staremo a vedere - ha concluso Salaj- come l'opinione pubblica accetterà tutto ciò”.

Il presidente del Consiglio cittadino per i diritti umani, Zoran Pusic, ritiene a sua volta che a porre in difficoltà i politici attuali sono anche le dichiarazioni molto compromettenti del primo presidente croato. "Conosciamo tutti le dichiarazioni di Tudjman, secondo cui non ci dovrebbe essere più di un 3 per cento di serbi in Croazia, e ricordiamo quando ha detto che i serbi non devono tornare mai più". Pusic ha aggiunto di avere esaminato attentamente la sentenza, ritenendo che "il giudice non ha tenuto conto solo delle dichiarazioni fuori misura, come molti di noi vorrebbero credere".

Ci sono testimoni, ha aggiunto, "che raccontano di villaggi bruciati, di volantini fascisti e di altre cose. Molte persone sono più responsabili di Gotovina per quanto è accaduto, ma nessuno degli esperti giuridici all'epoca dell’operazione 'Tempesta' affermò che si trattasse di crimini condannabili, e ora si nascondono tutti dietro alla loro presunta ignoranza dei fatti", ha concluso Pusic.

Il sociologo politico Drazen Lalic ha detto che "durante i primi giorni subito dopo la sentenza, abbiamo assistito ad una sorta di isteria collettiva (manifestazioni di protesta) e i politici si sono inseriti in questo contesto con discorsi nazionalisti e lontani dalla realtà. Bisognerebbe vedere quanti e quali tra i politici hanno mai nominato le vittime serbe (soprattutto anziani). L'isteria nazionalista e l'indifferenza verso migliaia di vittime innocenti sono stati promossi anche da parte di alcuni media influenti". Lalic ha dichiarato infine che "fin a quando tutti, croati, serbi e bosniaci, non saranno in grado di piangere per ogni vittima innocente, non ci sarà pace su questi territori".

 

Il presidente croato Ivo Josipovic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La premier croata, Jadranka Kosor