SCHEDA PAESE: Anp
Caratteri generali
 
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Superficie: 6.220 chilometri quadrati
Abitanti: 4 milioni 148 mila
Capitale: sede governo Ramallah in Cisgiordania
Composizione etnica: arabi
Lingua: arabo
Religione: islamica, cristiana
Moneta: shekel israeliano e dinaro giordano in Cisgiordania, sterlina egiziana a Gaza
Presidente: Mahmud Abbas, conosciuto come Abu Mazen
Primo ministro: Rami Hamdallah
Confini: Gaza : Egitto, Israele; Cisgiordania: Israele, Giordania
Proclamazione: 13 settembre 1993, Accordi di Oslo
 

 

 

 
La situazione politica
 
Alla fine del settembre 2000 scoppiava a Gerusalemme la seconda Intifada contro Israele; gli attacchi di Hamas furono duramente repressa dal governo ebraico. Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 a New York il livello dello scontro tra Israeliani e Palestinesi crebbe e si moltiplicarono gli attacchi suicidi provenienti dai terroristi palestinesi contro civili israeliani. Nel 2002 quasi tutte le città della Cisgiordania erano state nuovamente occupate o circondate dall'esercito israeliano, mentre un intervento del presidente statunitense George W. Bush condizionava la nascita dello Stato palestinese al rinnovamento della sua leadership. Nel periodo 2002-06 Israele, che nell'agosto 2005 sgomberò unilateralmente la Striscia di Gaza, costruì un muro di protezione contro il terrorismo che avrebbe dovuto seguire i confini stabiliti dall'Onu nel 1967.
 
Abu Mazen, salito al potere nel 2005 dopo la morte di ?Arafat, non riuscì a impedire la vittoria elettorale di ?amas (organizzazione politica, paramilitare, e secondo Ue, Usa e Australia terroristica) responsabile di un'esasperazione del conflitto con Israele, che provocò l'incursione dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza e di una vera e propria guerra civile con al-Fatàh (movimento di liberazione nazionale palestinese) nelle strade di Gaza. La formazione di un governo di solidarietà nazionale guidato da Ismail Haniyeh, esponente di Hamas, non valse a riportare la pace fra le due fazioni e nel giugno 2007 la Palestina si divise in due: la Cisgiordania sotto il controllo di Abu Mazen e al-Fatàh e la Striscia di Gaza sotto il controllo di ?amas. Intanto il primo ministro è costretto a dimettersi, e l'incarico viene assegnato all'economista Salam Fayyad, ex ministro delle Finanze e fondatore del partito centrista La terza via.
 
Al perdurare del lancio di missili da Gaza verso Israele, il governo israeliano rispose con ripetute incursioni aeree, la chiusura di tutte le frontiere, il blocco degli approvvigionamenti e infine, fra dicembre 2008 e gennaio 2009, con l'occupazione militare. I colloqui di pace fra Abu Mazen e il premier israeliano Benjamin Netanyahu sono ripresi dopo alcuni mesi con la mediazione degli Stati Uniti, ma fra perduranti resistenze da parte di entrambi gli interlocutori. Una temporanea ripresa dei conflitti nella Striscia di Gaza si è verificata nel novembre 2012, e un accordo bilaterale per il cessate il fuoco è stato raggiunto solo grazie alla mediazione del nuovo governo islamista dell'Egitto con il sostegno degli Usa.
 
Un importante avanzamento a favore della causa palestinese è stato raggiunto nel novembre 2012, quando con 138 voti favorevoli (tra cui quello dell'Italia), 9 contrari e 41 astenuti, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto l'Autorità nazionale palestinese come Stato osservatore non membro dell'Onu; tale condizione conferisce all'Anp legittimità internazionale e le permette di presentare richiesta di adesione in qualità di Stato membro e di fare ricorso alla Corte penale internazionale.  Nel giugno 2013, dopo che il premier Salam Fayyad aveva rassegnato le dimissioni per contrasti sulle politiche governative, l'Anp ha designato come primo ministro Rami Hamdullah.
   
 
Lo stato dell'economia
 
Le condizioni economiche dei territori palestinesi sono critiche, segnale importante di questa drammatica situazione è l'altissimo tasso di disoccupazione. Le risorse naturali dei territori sono assai scarse e si limitano in pratica a poca terra coltivabile e a giacimenti di gas naturale, individuati al largo di Gaza, il cui sfruttamento è ancora conteso tra lo Stato d'Israele e l'Anp. La principale fonte di reddito per la popolazione palestinese, oltre all'esportazione di manodopera in Israele, è dunque costituita dal pubblico impiego, che contribuisce al Pil per il 79 per cento e assorbe il 68 per cento della popolazione attiva, distribuendo reddito secondo modalità certamente poco produttive e che a sua volta è alimentato da consistenti aiuti internazionali. L'Unione europea è storicamente uno dei maggiori sostenitori dell'Autorità palestinese in termini di aiuti economici per fini di pubblica utilità (istruzione pubblica, reti infrastrutturali, amministrazione dello stato).    
 
Cenni storici
 
Nel II millennio a.C. la Palestina  fu sotto la giurisdizione dei faraoni d'Egitto, che la governarono per mezzo di luogotenenti locali.  Secondo la tradizione, gli Israeliti, guidati da Giosuè e provenienti dall'Egitto, giunsero in Palestina  verso il XIII secolo a.C. e a poco a poco conquistarono il paese dividendolo tra le 12 tribù che combatterono a lungo contro i vicini. Dopo la conquista dell'impero babilonese da parte di Ciro (538 a.C.), la comunità ebraica fu riorganizzata in forme più rigide e si affermò il clero di Gerusalemme. Erode diffuse in Palestina la civiltà romana, costruì la città di Cesarea e anche Gerusalemme acquistò una nuova fisionomia. Nel IV secolo d.C., con l'adesione di Costantino al cristianesimo, la Palestina conobbe una rivalorizzazione spirituale, come culla di quella religione. Con la divisione dell'Impero romano, la Palestina passò sotto la sovranità di Costantinopoli e per alcuni secoli conobbe grande prosperità. Nel 637 il califfo arabo Omar entrò in Gerusalemme mettendo fine al dominio bizantino.
 
Gli Arabi divisero la Palestina in due province militari: Filas?in (Giudea e Samaria) e al-Urdunn (il Giordano); Gerusalemme, considerata sacra anche dai musulmani, dipendeva direttamente dal califfo. Sotto il dominio arabo, fino al X secolo, la Palestina godette di prosperità. In seguito alla conclusione vittoriosa della prima crociata, si costituì il Regno latino di Gerusalemme,  che fu ridimensionato quando Saladino si proclamò sultano indipendente di Egitto e dichiarò la guerra santa ai cristiani. La Palestina restò sotto il dominio dei sultani mamelucchi d'Egitto fino alla conquista turca del 1517; dopo Siria, Libano e Palestina furono pienamente integrate nell'ambito dell'amministrazione ottomana. A partire dal XVIII secolo, il ristagno economico, l'eccessiva pressione fiscale, le disfunzioni amministrative e militari provocarono un declino del potere imperiale.  
 
Dopo la fine della Prima guerra mondiale la Palestina fu affidata in mandato alla Gran Bretagna. L'impegno assunto dal governo britannico (dichiarazione Balfour del 1917) di facilitare in Palestina la creazione di una sede nazionale per il popolo ebraico provocò una serie di proteste, di incidenti e di attacchi agli insediamenti ebraici, sfociati nel 1936 in una vera e propria rivolta, protrattasi fino al 1939, quando la Gran Bretagna ritirò il piano iniziale, presentando un nuovo progetto per la creazione, entro 10 anni, di un unico Stato indipendente che garantisse gli interessi essenziali di entrambe le comunità.
 
La crisi riesplose con violenza dopo il 1945; l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò nel 1947 un piano di spartizione della Palestina fra uno Stato ebraico, uno arabo e una zona, comprendente Gerusalemme, da sottoporre ad amministrazione fiduciaria dell'Onu, e la cessazione del mandato britannico entro il 1 agosto 1948. Il progetto fu respinto dagli Arabi e le forze militari sioniste occuparono ampie zone del previsto Stato arabo. Malgrado questa situazione la popolazione arabo-palestinese riuscì a mantenere un sentimento di identità nazionale e fin dagli anni 1950 i Palestinesi diedero vita a una resistenza culturale, politica e militare. Le rappresaglie israeliane contribuirono a innescare sia la guerra del 1956 sia quella del 1967. I palestinesi del settore orientale di Gerusalemme entrarono a far parte della popolazione araba israeliana: qualificati come ‘residenti permanenti', ottennero la possibilità di accedere alla cittadinanza israeliana, gli altri furono sottoposti a un regime di amministrazione militare che li escludeva dai diritti civili e politici. Tale situazione fu aggravata negli anni successivi dallo sviluppo di un processo di colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza mediante insediamenti israeliani. Dopo il 1967 la resistenza palestinese registrò una rapida crescita e affermò la sua autonomia dagli Stati arabi.
 
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) divenne l'organismo unitario della resistenza palestinese, nell'ambito del quale tutti i gruppi politico-militari erano rappresentati. Come una sorta di Stato in embrione, l'Olp si diede nel 1964 una Costituzione (modificata nel 1968), un parlamento (Consiglio nazionale palestinese), un governo (Comitato esecutivo, eletto dal Consiglio nazionale), strutture amministrative, sanitarie, scolastiche, culturali. Nel 1969 il leader fondatore di al-Fatah, Yasser Arafat fu eletto alla presidenza del Comitato esecutivo dell'Olp che  prevedeva la costituzione di uno Stato palestinese indipendente sull'intero territorio dell'ex mandato e la lotta armata contro Israele come mezzo principale per raggiungerlo. A partire dal 1974, tuttavia, l'Olp assunse come obiettivo intermedio la costituzione di uno Stato indipendente nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 (Cisgiordania e Striscia di Gaza). Nel 1974 l'Olp fu riconosciuta dall'Onu come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese; dal 1976, divenne membro a pieno titolo della Lega araba, malgrado questo, la posizione palestinese fu indebolita dopo il 1977 dalla decisione dell'Egitto di concludere una pace separata con Israele, che gli consentisse di recuperare il Sinai. Con la guerra tra Libano e Israele le strutture organizzative e militari dell'Olp furono in gran parte disperse e il quartier generale fu spostato a Tunisi.
 
A una rinnovata unità della resistenza contribuì la rivolta armata della popolazione palestinese contro Israele nel 1987. Il 15 novembre 1988 il Consiglio nazionale palestinese proclamava lo Stato di Palestina (con capitale Gerusalemme) e nel dicembre Arafat riconosceva esplicitamente Israele di fronte all'Assemblea generale dell'Onu. Entro la metà del 1989 lo Stato di Palestina (del quale Arafat fu eletto presidente) fu riconosciuto da oltre 90 nazioni. Tali sviluppi furono seguiti, fin dal 1989, da ripetute iniziative di pace, che non andavano a segno. La situazione si sbloccò solo quando Israele e Olp giunsero a un riconoscimento reciproco e firmarono a Washington (accordi di Oslo, 1993) una dichiarazione di principi che stabiliva che attraverso numerose tappe in un arco di tempo non superiore ai 5 anni si sarebbe dovuto giungere alla convivenza tra i due popoli in due diversi Stati, in base al principio della restituzione dei territori occupati alla rappresentanza palestinese in cambio della pace. Secondo le linee di un nuovo accordo, siglato il 28 settembre 1995 a Washington da Arafat e Rabin, la Cisgiordania veniva divisa a macchia di leopardo in tre zone: zona A, sotto il controllo palestinese; zona B, sotto il controllo congiunto israelo-palestinese; zona C, sotto il controllo israeliano. Nell'aprile 1996 il Consiglio nazionale palestinese approvò l'eliminazione di tutti i passaggi presenti nella Carta nazionale palestinese relativi alla distruzione di Israele.  
 
Il perdurante blocco del processo negoziale favorì un'ulteriore crescita dell'opposizione islamica, espressa in particolare dal movimento politico integralista ?amas. Una svolta significativa si ebbe, nell'ottobre 1998, con l'apertura a Wye Plantation, nel Maryland, di una trattativa tra Arafat,  il leader israeliano Netanyahu, il presidente Usa Clinton, e con la partecipazione di re ?usain di Giordania, che si concluse il 23 ottobre alla Casa Bianca con la firma ufficiale di un memorandum. Nel 1999 Arafat e il nuovo primo ministro israeliano  Barak siglarono un accordo per rilanciare il processo di pace, impegnandosi a porre fine al negoziato entro il settembre del 2000, data in cui era previsto il passaggio di circa il 40 per cento dei territori della Cisgiordania sotto il controllo totale o parziale dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). Il nuovo stallo, provocato dall'espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e dal crescente ricorso alla violenza da parte di ?amas, determinò l'ennesimo slittamento nel calendario dei ritiri israeliani. Nel 2000 il fallimento dei negoziati di Camp David tra Israele e la delegazione dell'Anp portò alla luce la distanza sempre maggiore tra le parti e le forti ambiguità mai chiarite di tutta la trattativa.