SCHEDA PAESE: Israele
Caratteri generali
 
Forma di governo: Repubblica parlamentare
Superficie: 20.770 chilometri quadrati
Abitanti: 7 milioni 900 mila
Capitale: Gerusalemme
Composizione etnica: ebraica, araba
Lingua: ebraico
Religione: ebraica 75 per cento, islamica 16 per cento
Moneta: shekel
Presidente: Reuven Rivlin
Primo ministro: Benjamin Netanyahu
Confini: Egitto, Anp, Giordania, Libano, Siria
Indipendenza: 1 agosto 1948 dal mandato del Regno Unito
 

 

 

 
La situazione politica
 
Nel luglio 2000 al vertice di Camp David, il premier israeliano Barak presentò ad Arafat la più avanzata proposta mai offerta per porre termine al conflitto: per la prima volta fu messo in discussione il controllo di Israele sulla totalità di Gerusalemme e si mostrò disponibile ad ampliare la percentuale di territorio della Cisgiordania da cedere ai Palestinesi. Il leader palestinese rifiutò, rinchiudendosi su questioni di principio. In questo contesto scoppiò, nel settembre 2000, la cosiddetta seconda Intifada (attentati terroristici), che mise a repentaglio l'ormai precaria coalizione politica che sosteneva Barak in Parlamento. Le elezioni per il rinnovo del premier del 2001 registrarono la più bassa percentuale di votanti mai avuta in Israele. Ariel Sharon, leader del Likud (partito di centro-destra) dopo le dimissioni di Netanyahu del 1999, formò un ampio governo di unità nazionale, cui aderirono anche i laburisti. Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre a New York, il governo israeliano si trovò costretto a rispondere all'ondata di attacchi suicidi lanciata dai palestinesi contro le città e le colonie israeliane con un blocco alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, e con offensive sulle città e i villaggi palestinesi. Nel 2002 iniziò la costruzione di una barriera difensiva di sicurezza lungo tutta la Cisgiordania, che avrebbe poi comportato la netta diminuzione del numero degli attentati suicidi in territorio israeliano. La vittoria schiacciante di Ariel Sharon alle elezioni del 2003 pose ai margini il Partito laburista, che non entrò nel nuovo governo di coalizione. Nell'aprile 2003 la road map, il piano concordato dall'amministrazione Bush con Russia, Onu e Unione europea che prevedeva una serie di passi graduali di pacificazione fino alla nascita di uno Stato palestinese, fu approvata da entrambe le parti. Un anno più tardi Sharon decise di ritirare le truppe israeliane da Gaza e di smantellare gli insediamenti ebraici. Nel 2005 l'attuazione del disimpegno da Gaza, con lo smantellamento degli insediamenti nella Striscia, e di 4 nel nord della Cisgiordania, lacerò il paese e fu boicottata dal Likud. Dinanzi alla crescente opposizione nelle file del Likud, Sharon si dimise e rese nota la decisione di costruire una nuova forza politica con l'obiettivo di percorrere le tappe della road map anche senza la collaborazione palestinese. Le elezioni anticipate del 2006 furono vinte dal nuovo partito, Kadima, guidato da Ehud Olmert. I propositi di dialogo con i Palestinesi del governo di coalizione ricevettero un duro colpo dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi. Nei mesi successivi, per la critica situazione di Gaza, si ebbe il ritorno dell'esercito israeliano nella Striscia, sottoposta anche a embargo; mentre al confine con il Libano, l'azione militare di Hezbollah provocò l'invasione del Sud del paese dell'esercito israeliano.

Olmert, indebolito dalle critiche mossegli per la conduzione della guerra in Libano - costata molto in termini di perdite umane - e coinvolto in uno scandalo finanziario, nel settembre 2008, perse la guida di Kadima, che passò al ministro degli Esteri Tzipi Livni. In uno scenario politico frammentato e inasprito, specchio delle divisioni nella società israeliana, la Livni non riuscì a formare un governo di coalizione, ed elezioni anticipate furono indette per febbraio 2009. Le elezioni ebbero esito incerto (Kadima ebbe 28 seggi, Likud 27) e solo dopo lunghe trattative si giunse a formare un nuovo esecutivo guidato da Netanyahu e nato da un accordo con i laburisti di Barak. Anche dopo le elezioni del 2013 la Knesset si è divisa in due schieramenti di pari forza, centrodestra e centrosinistra e Netanyahu è stato chiamato a formare un nuovo governo dovendo intavolare trattative con partiti che non facevano parte del precedente esecutivo ma che si sono imposti alle elezioni, come il partito di centro Yesh Atid.
   
 
Lo stato dell'economia
 
La cronica carenza di acqua, l'assenza di risorse naturali, l'interminabile conflitto con la nazione palestinese e le difficili relazioni con i vicini paesi arabi non hanno impedito a Israele di affermarsi come il paese economicamente più avanzato e dinamico del Vicino Oriente. Il Pil, che tra il 1980 e il 1990 era aumentato in termini reali del 3,5 per cento annuo, nel decennio successivo ha raggiunto tassi di incremento superiori al 5 per cento; mentre dopo la crisi internazionale è tornato a crescere, seppur a ritmi più contenuti. A trainare la crescita sono stati soprattutto il settore terziario e quello industriale, con un aumento negli investimenti, soprattutto nell'innovazione tecnologica e nella ricerca. Israele è al secondo posto al mondo (dopo gli USA) per numero di start-up companies, al primo posto (escludendo l'America Settentrionale) per società quotate nel listino Nasdaq. Per effetto delle politiche di contenimento attuate nei primi anni del 2000, il debito pubblico è sceso sotto la soglia del 100 per cento del Pil. La crescente apertura del mercato, la politica di privatizzazioni, lo sviluppo della new economy hanno determinato un boom degli investimenti diretti esteri in ingresso, che hanno raggiunto nel 2005 i 9,7 miliardi di dollari. Nel 2010 sono stati scoperti giacimenti di gas naturale al largo della costa di Israele che dovrebbero soddisfare le esigenze di gas naturale del paese a partire da fine 2013. Dal 2009 al 2012 - nel quadriennio di governo Netanyahu - l'economia israeliana è cresciuta del 14,7 per cento.    
 
Cenni storici
 
Una serie di regni e stati ebraici, le Dodici tribù di Israele, abitarono nella regione per oltre un millennio, a partire dalla metà del II millennio a.C. Il Regno di Israele fu distrutto nel 722 a.C. dall'invasione assira e la popolazione fu deportata a Babilonia. Dopo l'esilio babilonese Ciro il Grande che, nel 539 a.C., aveva conquistato Babilonia, emanò un decreto che autorizzava gli esuli ebrei a tornare in patria. Il paese fu posto sotto diversi  protettorati, fino al fallimento della grande rivolta ebraica contro l'Impero Romano, che provocò la massiccia espulsione degli ebrei dalla loro patria. Nel VII secolo, l'Impero Bizantino perse la regione per mano degli Arabi che, insediandosi, vi attrassero nuovi coloni, specialmente dalle regioni meridionali della Penisola araba. Dopo un fortunato periodo sotto il califfato Omayyade, l'area decadde progressivamente. Con le Crociate e le successive dominazioni dei Fatimidi, Zengidi, Ayyubidi e Mamelucchi, la regione riacquistò una certa importanza. I nuovi dominatori Ottomani rimasero al potere fino alla I guerra mondiale.

Dopo la fine del primo conflitto mondiale e lo smembramento dell'Impero ottomano, la regione fu affidata in mandato alla Gran Bretagna. Con la dichiarazione Balfour (1917) si posero le basi per la creazione di un ‘focolare nazionale ebraico'. La crescita della presenza ebraica, intensificatasi negli anni 1930 con gli arrivi provenienti soprattutto dall'Europa centrale, acuì l'opposizione araba antibritannica e antiebraica, che sfociò nel 1936 in una rivolta, protrattasi fino al 1939. Con il Libro Bianco del 1939 la Gran Bretagna formulò un progetto che prevedeva la nascita entro 10 anni di un unico Stato indipendente, che garantisse gli interessi essenziali di entrambe le comunità.

Durante la Seconda guerra mondiale la situazione restò di fatto congelata. Dopo il 1945 la crisi interna riesplose con violenza per l'arrivo dei superstiti della Shoah e per le azioni dei movimenti paramilitari ebraici. La Gran Bretagna rimise la questione alle Nazioni Unite: nel 1947 l'Assemblea generale approvò un piano di spartizione della regione fra uno Stato ebraico, uno arabo e una zona, comprendente Gerusalemme, da sottoporre ad amministrazione fiduciaria dell'Onu. Respinta dagli Arabi, la risoluzione 181 stabilì anche la cessazione del mandato britannico entro il 1 agosto 1948. Mentre già dal novembre precedente infuriavano i combattimenti tra le due comunità, il 15 maggio 1948 fu proclamato lo Stato d'Israele: il giorno successivo gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano invasero il nuovo stato. Il conflitto portò alla conquista da parte di Israele di una fetta di quello spettante ai Palestinesi, compreso il settore occidentale di Gerusalemme; la striscia di Gaza fu occupata dall'Egitto, mentre la Cisgiordania, e il settore orientale di Gerusalemme, fu annessa dalla Giordania e il previsto Stato palestinese non vide la luce.

Dopo la creazione nel maggio 1948 di un governo provvisorio, presieduto dal leader laburista David Ben Gurion, nel 1949 fu eletta la prima Knesset (Parlamento). Presidente della Repubblica divenne Chaim Weizmann. La supremazia laburista, confermata dalle prime elezioni parlamentari del 1949, si tradusse nella sua permanenza fino agli anni 1970 alla testa di tutte le coalizioni di governo. Nella carica di primo ministro laborista si succedettero David Ben Gurion, Moshe Sharett, Levi Eshkol, Golda Meir e Itzach Rabin. Nello schieramento di destra, dall'alleanza dell'Herut, fondato da Menachem Begin nel 1948, con l'adesione dei liberali nacque nel 1965 il Gahal che fondendosi con altri partiti nel 1973 avrebbe dato vita al Likud.

La permanente tensione nei rapporti con i paesi arabi confinanti fu alimentata dallo sviluppo di una guerriglia palestinese i cui attacchi, a partire dalle zone di raccolta dei profughi, generarono a più riprese nuove esplosioni di conflitto armato. Nel 1956, Israele si alleò con Gran Bretagna e Francia nell'attacco all'Egitto, che aveva nazionalizzato il Canale di Suez.

Il secondo conflitto arabo-israeliano si concluse con una vittoria militare israeliana, ma sul piano politico Israele ebbe la condanna dell'Onu pertanto nel 1957 dovette restituire il Sinai all'Egitto, ottenendo in cambio l'apertura del golfo di Aqaba. Con la guerra dei Sei giorni, nel giugno 1967, il settore orientale di Gerusalemme, passò sotto il controllo israeliano e gli altri territori, sottoposti ad amministrazione militare.

La situazione di stallo fra Israele  e i paesi confinanti fu interrotta dall'attacco improvviso lanciato da Egitto e Siria il 6 ottobre 1973  nel giorno della festività ebraica del Kippur, che sebbene vinta da Israele  rappresentò un trauma che si riflesse nel quadro politico: i laburisti scesero per la prima volta sotto il 50 per cento a vantaggio della destra nazionalista, e il primo ministro Golda Meir si  dimise.  
Nel 1977 la guida del governo passò al Likud di Begin. Gli accordi di Camp David (1978), tra Begin e il presidente egiziano Sadat, per avviare un piano di pace in cambio della restituzione del Sinai, completata nel 1982, dissociò l'Egitto dal fronte arabo antisraeliano, che l'anno successivo siglò una pace separata. Per eliminare le basi della guerriglia palestinese nel Libano, nel 1982, le forze israeliane invasero il paese, giungendo fino a Beirut, successivamente si stanziano in una ‘fascia di sicurezza' a ridosso del confine fino al 1985.

Una crescente incertezza politica portò, dopo le dimissioni di Begin nel 1983, alla formazione di governi di unità nazionale caratterizzati dall'alternanza tra Shimon Peres e Yitzach Shamir nella carica di primo ministro. Nel contempo, dalla fine del 1987, il paese dovette affrontare uno stato di rivolta semipermanente nei territori palestinesi occupati, noto con il nome di prima Intifada, mentre i negoziati fra Israele, Libano, Siria, Giordania e Palestinesi (non rappresentati ufficialmente dall'Olp) alla conferenza di Madrid  si arenavano.

Nel 1992, il ritorno dei laburisti alla guida del paese con un governo guidato da Yitzach Rabin favorì la ripresa del dialogo sullo status della Cisgiordania e di Gaza, e negli accordi di Oslo del 1993 si stabilì il riconoscimento reciproco tra Israele e Olp. Un anno più tardi fu sottoscritto al Cairo il primo accordo sull'avvio di un'autonomia palestinese nella Striscia di Gaza e a Gerico che portò alla costituzione dell'Autorità Nazionale palestinese (Anp). Sempre nel 1994 fu firmato il trattato di pace con la Giordania, l'andamento insoddisfacente dei negoziati favorì però la ripresa del malcontento nei territori occupati e la crescita di formazioni di ispirazione islamica, protagoniste di ripetute azioni terroristiche anti-israeliane. Nel 1995, dopo la firma dell'accordo noto come Oslo II, Israele si ritirò dalle principali città della Cisgiordania. L'intesa fu condannata dalla destra, che si mobilitò contro il governo Rabin in un clima di tensione culminato nell'assassinio del premier per mano di un estremista israeliano. Dopo un'ondata di attentati terroristici palestinesi, nel febbraio-marzo 1996, Netanyahu riportò il Likud al governo del paese con un'instabile coalizione di estrema destra. Il mancato procedere degli accordi di pace e le pesanti misure di sicurezza produssero un susseguirsi di crisi nelle relazioni israelo-palestinesi. Ciononostante, nell'ottobre 1998 gli incontri di Wye Plantation tra Bill Clinton, Yasser Arafat e Netanyahu, con il contributo di re ?usayn di Giordania, portarono alla firma di un'intesa che stabilì il ritiro di Israele dal 13,1 per cento del territorio della Cisgiordania.

Alle elezioni anticipate del 1999 lo Shas, formazione ultraortodossa di estrema destra, divenne il terzo partito, entrando in forze nel nuovo governo (1999) presieduto dal laburista Ehud Barak.