SCHEDA PAESE: Marocco
Caratteri generali
 
Forma di governo: Monarchia costituzionale
Superficie: 446.550 chilometri quadrati
Abitanti: 33 milioni 304 mila
Capitale: Rabat
Composizione etnica: araba-berbera
Lingue ufficiali: arabo, tamazight (lingua berbera)
Religione:     islamica sunnita
Moneta: dirham
Presidente: Mohammed VI
Primo ministro: Abdelilah Benkirane
Confini: Algeria, Sahara occidentale, Mar Mediterraneo, Oceano Atlantico
Indipendenza: 2 marzo 1956 dalla Francia, 7 aprile 1956 dalla Spagna
 
 
La situazione politica
 
Nel 1999 Mohammed VI sale al trono del Marocco. I primi mesi del suo regno sono stati caratterizzati da gesti simbolici che sembravano indicare una certa liberalizzazione politica del regime (decreto di amnistia per i prigionieri politici, ritorno in patria dei dissidenti). La grande forza d’impatto degli islamisti nella società marocchina si è manifestata in più occasioni nella primavera del 2000, quando migliaia di militanti scesero in piazza contro la proposta governativa di riformare in favore delle donne uno degli statuti più retrogradi del mondo arabo. Tra la fine del 2001 e i primi mesi del 2002, mentre crescevano nel paese le manifestazioni di protesta contro Israele, si sono nuovamente irrigidite le posizioni della monarchia verso le rivendicazioni del Fronte Polisario, il  movimento di liberazione del popolo sahrawi del Sahara Occidentale.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 il Marocco ha dato il proprio appoggio alla strategia americana di lotta contro il fondamentalismo islamico. Nel maggio 2003 si sono verificati gravissimi attentati suicidi a Casablanca, con decine di vittime, che hanno alimentato il timore di una crisi del turismo, fattore chiave dell’economia nazionale. Le autorità hanno risposto con una stretta repressiva, che sembrava aver messo in dubbio il corso riformatore del nuovo sovrano. A ogni modo, è proseguita la politica delle liberalizzazioni allo scopo di favorire gli investimenti stranieri e sono stati aperti centri di assistenza sociale nelle aree più povere. Inoltre si sono registrate nuove tensioni con la Spagna intorno all’isola contesa di Perejil e alle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla; il fatto che queste ultime siano diventate un punto di passaggio per molti migranti che dall’Africa sub sahariana cercano di raggiungere l’Europa ha contribuito a rendere più difficili i rapporti tra Rabat e Madrid. Anche l’annosa controversia sull’assetto del Sahara Occidentale è rimasta irrisolta: nel 2007 è fallito l’ultimo tentativo di colloquio tra il governo marocchino e il Frente Polisario. Nell'ambito della politica interna, al fine di stemperare il clima di tensione che dal febbraio 2011 si è organizzato in un movimento politico giovanile affiancato da esponenti del Partito socialista unificato, Mohammed VI ha indetto un referendum per trasferire parte dei suoi poteri assoluti al parlamento e per conferire al berbero, cultura a cui appartiene la maggioranza degli abitanti del paese, lo status di lingua ufficiale accanto all'arabo. Gli esiti della consultazione, tenutasi nel luglio dello stesso anno, hanno registrato una schiacciante vittoria dei consensi, ma le forze dissidenti ritengono la riforma costituzionale del tutto inadeguata a limitare i poteri del regime monarchico e ad avviare il paese verso la democrazia. Alle elezioni politiche svoltesi nel novembre dello stesso anno, sebbene con un'altissima percentuale di astensioni (si è recato alle urne solo il 45 per cento degli aventi diritti al voto) il partito Giustizia e sviluppo (Pjd) ha raggiunto per la prima volta la maggioranza parlamentare: gli islamici moderati hanno in tal modo ottenuto 107 seggi su 395, e re Mohammed VI ha nominato nuovo premier il suo leader Abdelilah Benkirane. A settembre 2013 Benkirane, dopo il ritiro del partito Istiqlal, il secondo alleato della coalizione al governo, ha avviato consultazioni con altri partiti al fine di ricostituire una maggioranza per scongiurare la dissoluzione dell’esecutivo. Il partito degli indipendenti (Rni) ha ottenuto ben 8 ministeri ed ha imposto una nuova direzione alla linea economica di Rabat.
   
 
Lo stato dell'economia
 
L’economia marocchina conta tradizionalmente su un settore agricolo molto sviluppato. Il settore agroalimentare è inoltre in grado di attirare rilevanti investimenti esteri, specie in oleifici, zuccherifici e conservifici. Particolarmente strategico è il settore estrattivo: il Marocco è infatti il primo esportatore mondiale di fosfati, di cui il suo territorio abbonda.  Il terziario è in continua espansione e sempre più rilevante nel sistema-paese, con un peso sul Pil di più del 50%: al suo interno spicca il settore turistico. Per l’ulteriore sviluppo del settore è stato lanciato un piano per il decennio 2010-20, con il proposito di raddoppiare tanto il numero di turisti, quanto la capacità ricettiva delle strutture alberghiere e creare circa 500 mila posti di lavoro.

Il principale obiettivo di politica economica perseguito dai governi marocchini negli ultimi vent’anni è stata la diversificazione dell’economia nazionale dal settore primario e da quello estrattivo, obiettivo da perseguire attraverso la modernizzazione delle infrastrutture economiche e la capacità di attrarre nuovi investimenti tramite la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione di asset nazionali strategici (trasporti, infrastrutture, fornitura di servizi pubblici, settore energetico).

Prima della crisi, il Marocco era riuscito a far segnare livelli di espansione su base trimestrale anche del 14 per cento. Nel 2009 c’è stato un netto rallentamento, con il periodo peggiore rappresentato dai due apici delle rivolte arabe – il 2010 e il 2012 – sempre però con crescita superiore al 2 per cento. Nel secondo trimestre 2013 lo sviluppo è tornato quasi al 5 per cento.

I principali partner commerciali del Marocco sono i paesi dell’Unione europea, in particolar modo Francia, Spagna e Italia, ai primi tre posti per il volume complessivo di interscambio. Da evidenziare sono, infine, le più recenti partnership del Marocco con tutte le principali economie emergenti a livello mondiale, in primis con Cina, Brasile, India, Arabia Saudita e Russia.
   
 
Cenni storici
 
Le tracce più remote di vita umana in Marocco risalgono al Paleolitico inferiore. Il paese intrattenne dalla fine del secondo millennio a.C. rapporti con i Fenici, intensificatisi dopo l’ascesa di Cartagine.

Nel IV sec. a.C. si formò il regno indigeno di Mauretania, che si estendeva dall’Oceano al fiume Mulucha e si mantenne fino all’annessione romana in seguito all’uccisione dell’ultimo re Tolomeo (40 d.C.) divenendo, nel 42, la provincia della Mauretania Tingitana. Del dominio romano, durato 4 secoli, restano le rovine di Volubilis e Sala. Dopo l’invasione vandalica e la parziale riconquista bizantina, il Marocco fu occupato dagli Arabi. Dopo una prima formazione statale autonoma sotto gli Idrisiti, seguì un periodo in cui il paese fu disputato fra Omayyadi di Spagna e Fatimidi di Tunisia ed Egitto. Si succedettero quindi nel XII secolo i due grandi imperi berberi degli Almoravidi e Almohadi che rappresentarono il periodo di maggior potenza del Marocco. Alla caduta degli Almohadi la storia marocchina riprese una fisionomia regionale che favorì la penetrazione europea nel paese, con l’occupazione spagnola della striscia costiera lungo il Mediterraneo e l’Atlantico e con la graduale occupazione dei Francesi, che nel 1912, imposero al Marocco (a eccezione della regione spagnola) un regime di protettorato, mentre Tangeri venne destinata a un regime di amministrazione internazionale.

Nel corso degli anni 1930 la Francia impose di fatto un’amministrazione diretta alla propria zona; contemporaneamente, si registrò la nascita del movimento nazionalista sfociata, nel 1943, nella costituzione del Partito dell’indipendenza (Istiqlal), filomonarchico, protagonista politico – accanto a una formazione militare, in parte repubblicana – della lotta per l’indipendenza. Il 2 marzo 1956 venne proclamata l’indipendenza e nell’aprile il Marocco recuperò la sovranità anche sulla zona di occupazione spagnola nel Nord, a esclusione di Ceuta e Melilla. Nell’ottobre 1956 anche Tangeri veniva restituita al Marocco che a novembre fu ammesso all’Onu. Mohammed bin Yusuf, sultano dal 1927, assunse il titolo di re con il nome di Mohammed V nell’agosto 1957, dopo aver nominato nel marzo 1956 un governo guidato dal partito Istiqlal. Morto nel 1961, Mohammed V (che aveva assunto anche la carica di primo ministro nel 1960) fu sostituito, al trono e a capo del governo, dal figlio Hasan II. Nel 1962 fu approvata, tramite referendum, una Costituzione che garantiva ampi poteri al re (capo religioso, capo dello Stato, capo delle forze armate e capo del governo – funzione esercitata attraverso un primo ministro). Il potere legislativo era invece affidato a un parlamento bicamerale (costituito da una Camera dei rappresentanti eletta a suffragio universale e una Camera dei consiglieri eletta da un collegio elettorale formato da membri dei consigli comunali e provinciali e di associazioni sindacali e professionali). Sul piano internazionale il Regno, che aveva mantenuto forti legami con Francia e Usa, perseguì l’idea nazionalista del Grande Marocco avanzando rivendicazioni sulla Mauritania, oltre che su territori nell’Algeria sud-occidentale e sul Sahara spagnolo. All’interno, la difficile situazione economica e l’ampia disoccupazione provocarono una crescente tensione, nella prima metà del 1965, il re rispose con la proclamazione dello stato di emergenza; la tensione aumentò nell’ottobre dello stesso anno quando Mehdi Ben Barka, leader dell’Union nationale des forces populaires (Unfp), fu rapito e presumibilmente assassinato in Francia. Il Marocco abbandonò ogni rivendicazione sulla Mauritania nel 1969 e raggiunse con l’Algeria un accordo sui confini nel 1970. Sul piano interno, una nuova Costituzione fu approvata nel luglio 1970, mentre veniva ritirato lo stato di emergenza. Nel 1971 e 1972 si verificarono due falliti attentati al re da parte di esponenti delle forze armate, e nel 1972 fu approvata una nuova Costituzione. Fu sui temi di politica estera che si costituì negli anni successivi un clima unitario all’interno del paese (intervento militare nel conflitto arabo-israeliano del 1973, rivendicazione del Sahara spagnolo). Nel 1975 un accordo stabilì il ritiro spagnolo e il trasferimento del Sahara spagnolo, ribattezzato Sahara Occidentale, a un’autorità congiunta del Marocco e della Mauritania. L’Algeria si oppose duramente e rafforzò il proprio sostegno al movimento di liberazione del popolo sahrawi organizzato nel Fronte Polisario (Frente popular para la liberacion de Saguia el-Hamra y Rio de Oro), mentre quest’ultimo contrastava l’occupazione marocchina in corso. Nel 1976 venne proclamata in esilio la Repubblica araba sahariana democratica (Rasd), mentre Marocco e Mauritania si accordavano sulla spartizione del territorio. Nel 1979, la Mauritania firmò un trattato di pace con il Frente Polisario mentre il Marocco dichiarò il settore precedentemente attribuito alla Mauritania propria provincia, provocando un’intensificazione degli scontri.

Sul piano interno lo sforzo bellico aggravò le condizioni economiche. La politica liberista sostenuta dal governo creò ulteriori tensioni. Anche la partecipazione marocchina alla forza multinazionale guidata dagli USA nella guerra contro l’Iraq (1991) suscitò manifestazioni di protesta popolare. Scioperi e disordini si ripeterono nei primi anni 1990, mentre il fondamentalismo islamico acquistava un ruolo crescente. La realizzazione di un piano di pace per il Sahara Occidentale, adottato nel 1991 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, si scontrò con l’atteggiamento intransigente del Marocco e il referendum di autodeterminazione previsto per il gennaio 1992 fu più volte rinviato. Nel 1996 furono approvati con referendum emendamenti costituzionali che prevedevano la creazione di un Parlamento bicamerale dotato di maggiori poteri di controllo sull’esecutivo. Nel marzo 1998, il socialista Abderrahman Yusufi fu chiamato a dirigere il primo governo di coalizione di centrosinistra, che concretizzava l’alternanza politica e un discreto rinnovamento nella classe dirigente, impegnandosi in un programma di riforme che prevedeva più spese per la sanità e l’educazione, mostrando in generale una maggiore sensibilità e attenzione ai diritti umani nel tentativo di mitigare il tradizionale autoritarismo del regime.