SCHEDA PAESE: Serbia
Caratteri generali
 
Forma di governo: Repubblica semipresidenziale
Superficie: 88.361 chilometri quadrati
Abitanti: 9 milioni e 880 mila
Capitale: Belgrado
Composizione etnica: serbi 82,9%, magiari 3,9%, bosniaci 1,8%, rom 1,4%, iugoslavi 1,1%, croati 0,9%, montenegrini 0,9%, albanesi 0,8%, slovacchi 0,8%, altri 5,5%
Lingua: serbo
Religione: ortodossi 62,6%, musulmani sunniti 19%, cattolici 5,8%, altri 12,6%
Moneta: dinaro serbo
Presidente: Tomislav Nikolic (Partito progressista)
Primo ministro: Aleksandar Vucic (Partito progressista)
Confini: Ungheria, Romania, Bulgaria, Fyrom, Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Croazia 
 

 

 

 

La situazione politica
 

La Serbia ha assunto gli attuali confini in seguito alla proclamazione d'indipendenza del Montenegro nel giugno del 2006. Il presidente della Repubblica viene eletto ogni cinque anni a suffragio universale, mentre il primo ministro deve avere la fiducia del parlamento che è formato da 250 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni. Le elezioni parlamentari dell'11 maggio 2008 sono state caratterizzate da un sostanziale pareggio tra il blocco europeista e  quello conservatore, con il Partito socialista serbo a giocare un inatteso ruolo di ago della bilancia. Dopo due mesi di colloqui con il presidente della Repubblica, Boris Tadic, capo della coalizione "Per una Serbia europea", nel luglio del 2008 viene nominato un nuovo governo unitario formato da partiti europeisti e Sps, con l'appoggio esterno dei liberali di Cedomir Jovanovic.  Il primo ministro designato è Mirko Cvetkovic, già ministro delle finanze nel precedente governo Kostunica.

 

Nel 2003 la Serbia è stata ammessa al Consiglio d'Europa e nell'aprile 2008 ha concluso un accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea, che, di fatto, è stato sbloccato nel novembre 2009 con l'abolizione dei visti d'entrata nell'Ue per i cittadini serbi. Il 25 ottobre 2010 il Consiglio dei ministri dell'Ue ha trasmesso alla Commissione europea la richiesta di adesione della Serbia all'Unione. Il 15 febbraio 2011 il vicepremier e ministro dell’Economia Mladjan Dinkic, leader del partito G17 Plus, ha rassegnato le dimissioni assieme ad altri due ministri dello stesso partito. L'8 marzo 2011, dopo circa un mese di consultazioni, il premier Mirko Cvektovic ha annunciato la nuova squadra  governo formata da 21 membri e 17 ministeri. Attualmente Belgrado è impegnata in una serie di consultazioni con il governo kosovaro per la soluzione della disputa politica con la mediazione dell'Unione europea.

 

Il 9 dicembre 2011 il Consiglio europeo ha deciso di rinviare a marzo 2012 le decisioni finali sulla concessione alla Serbia dello status di paese candidato all’adesione all'Unione europea. Il rinvio è stato causato in gran parte dalla ferma opposizione della Germania sulla questione del Kosovo.

 

Il 4 aprile 2012 il presidente Tadic si è dimesso, anticipando di quasi un anno la scadenza del mandato, per candidarsi per le elezioni presidenziali, fissate per il sei maggio. In tale data si sono tenute anche le consultazioni amministrative e parlamentari. In queste ultime il Partito progressista (Sns) ha raggiunto il 24,04 per cento ottenendo 73 seggi in parlamento. Subito dietro si sono posizionati il Partito democratico (Ds) con il 22,11 per cento (67 seggi) e il Partito socialista (Sps) con il 14,53 per cento delle preferenze e 44 seggi. Il Partito democratico della Serbia (Dss) di Vojislav Kostunica si è attestato come quarta forza politica, con 21 seggi. Al quinto posto con 19 seggi c’è la coalizione “Preokret” del liberale Cedomir Jovanovic, seguita dall’Unione delle regioni di Mladan Dinkic, alleato di Tadic, ultimo partito ad aver superato la soglia di sbarramento del 5 per cento, ottenendo 16 seggi.

 

Il primo turno delle elezioni presidenziali è stato vinto da Boris Tadic con il 25,31 per cento dei voti contro il 25,05 per cento realizzato dal leader progressista Tomislav Nikolic. Ma dalle urne del ballottaggio tenuto il 20 maggio è uscito vincitore Nikolic con il 49,54 per cento dei voti, contro il 47,31 raccolto da Tadic.  Il 31 maggio Nikolic ha giurato di fronte al nuovo parlamento, diventando così ufficialmente nuovo presidente della Repubblica. Il neo capo dello Stato ha subito affermato di voler lottare affinché la Serbia diventi un membro a pieno diritto dell’Ue, ma senza mai rinunciare al Kosovo e alla propria sovranità e integrità territoriale.

 

Dopo un rimpasto di governo, la maggioranza parlamentare ha deciso di sciogliere il parlamento e andare alle elezioni anticipate il 16 marzo 2014. Il voto ha visto un solo vincitore: l'Sns di Aleksandar Vucic, capace di ottenere il 48,34 per cento dei voti e un totale di 158 seggi su 250. Il nuovo esecutivo serbo guidato da Vucic - divenuto primo ministro - annovera alcuni volti nuovi, scelti anche fuori dalle fila dei partiti politici, accanto a personaggi già presenti nella precedente compagine di governo. Lo stesso Vucic era nel precedente esecutivo in qualità di vicepremier, ed era incaricato di seguire le questioni di difesa, sicurezza e la lotta alla corruzione. Il premier del precedente esecutivo, Ivica Dacic, è invece ora ministro degli Esteri.

   Il presidente serbo, Tomislav Nikolic
 
Lo stato dell'economia
 
Il paese ha subito gli effetti negativi della crisi economica internazionale che ha contribuito all'aumento del deficit pubblico e all'incremento della disoccupazione, già alimentata dalla chiusura di molte imprese statali. I parametri macroeconomici negli anni di transizione sono in generale caratterizzati da una crescita costante del Pil, dall'andamento altalenante dell'inflazione, da una forte crescita dell'interscambio commerciale con l’estero, ma anche da un forte deficit della bilancia commerciale, dall’aumento del debito estero (addirittura triplicato negli ultimi cinque anni nella componente privata) e da una crescita delle retribuzioni superiore a quella della produttività. Nel 2008 il settore dei servizi ha rappresentato rappresenta circa il 63 per cento del totale del Pil, seguito da quello industriale (24 per cento) e da quello dell'agricoltura (13 per cento, che però occupa fino al 20 per cento della manodopera complessiva) con una forte tendenza di crescita del settore dei servizi negli ultimi anni. Il mercato delle risorse umane serbo si sta adattando lentamente alla nuova realtà economica: la domanda di personale qualificato cresce più velocemente dell’offerta, soprattutto nei settori della gestione d’azienda, finanziario, marketing e terziario avanzato. Il tasso di disoccupazione nel paese è calato dal 21,6 per cento del 2006 al 18 per cento del 2008.
   Belgrado, periferia
     
Cenni storici    
     
I serbi, probabilmente provenienti dalla Serbia bianca (corrispondente in massima parte all'attuale alta Lusazia) con il nome di serbi bianchi, si stabiliscono nel VI e nel VII secolo in Tessaglia, territorio che secondo alcuni viene loro assegnato dall’imperatore bizantino Eraclio I come ricompensa per la vittoria contro gli avari di Dalmazia. Organizzati in piccoli principati guidati da uno "zupan" (nobile), subiscono, tra il VII ed il XII secolo, il dominio dei grandi imperi vicini: prima quello bizantino, poi quello bulgaro di Simeone, poi nuovamente quello bizantino. Durante questo periodo iniziano ad emergere due entità nazionali: la Zeta, all’origine del Montenegro, e la Rascia (o Raska), dalla quale sarebbe nata la Serbia. Entrambe subiscono l’influenza politica, culturale e religiosa dell’impero bizantino e, grazie all’attività missionaria di Cirillo e Metodio, assistono alla diffusione del cristianesimo e dell’alfabeto cirillico. I serbi vengono unificati ad opera di Stefano Nemanja, che intorno al 1168 fonda sul territorio della Rascia il regno di Serbia. A Stefano Nemanja succede il figlio secondogenito, Stefano I. Durante il suo regno (1196-1227) viene creata una Chiesa ortodossa serba autocefala e la religione ortodossa diventa religione di stato.

La Serbia si espande gradualmente fino a comprendere, sotto l’impero di Stefano IX Dušan (1331-1355), gran parte dell’odierno territorio di Serbia, Montenegro, Albania e Grecia. L’impero “dei serbi e dei greci” vede un periodo di stabilità e di sviluppo; vi fioriscono le arti e sono codificati leggi e statuti. Alla morte di Stefano Dušan scoppia la lotta tra i nobili, che porta a una veloce disgregazione dello stato e infine alla conquista da parte dell'impero ottomano, nel 1499. Dal XIV secolo un numero crescente di serbi migra dalle regioni meridionali, occupate dai turchi, verso nord, nel territorio ora noto come Vojvodina, compreso al tempo nel Regno d'Ungheria. Il paese rimane sotto il dominio ottomano fino al 1830, anno di formazione del principato di Serbia. Il governo di Pietro I (1907) porta una relativa stabilità interna, mentre in politica estera dimostra più volte la propria ostilità nei confronti di Austria e Turchia. Uscita vincente dalle guerre balcaniche, la Serbia viene trascinata nel primo conflitto mondiale dall'Austria che le dichiara guerra in seguito all'uccisione a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, per mano del serbo bosniaco Gavrilo Princip.
 
   Belgrado, il museo nazionale
Alla fine della guerra serbi, sloveni e croati si uniscono nel Regno di Serbia, Slovenia e Crozia che poi diviene il Regno di Jugoslavia (1929). Invasa dalle truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia viene liberata dai partigiani di Josip Broz, detto "Tito", e la Serbia entra a far parte della Repubblica federale jugoslava. Le divisioni etniche tra i popoli della federazione e il sogno mai abbandonato di una Grande Serbia riemergono con forza alla morte di Tito (1980) e sfociano negli anni Novanta in una sanguinosa serie di guerre civili che richiede l'intervento delle istituzioni internazionali. Dopo la secessione di Slovenia e Croazia, nel 1995 gli Accordi di Dayton ripristinano ufficialmente la pace e sanciscono l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, dividendola in due entità territoriali separate: la Federazione musulmano-croata della Bosnia-Erzegovina e la Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina. La pace nei Balcani viene nuovamente messa in pericolo dalle agitazioni indipendentiste del Kosovo e per evitare che il leader serbo Slobodan Milosevic scateni un nuovo sanguinoso conflitto, interviene la Nato la cui aviazione bombarda la Serbia, fermando la repressione in Kosovo, e patteggia la pace con la Jugoslavia (1999).
   Belgrado, edifici in rovina dopo i bombardamenti della Nato

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