Rubrica
18.10.2016 - 11:06
  
Il deflusso dei capitali potrebbe suggerire un futuro dell'italia fuori dall'Europa
New York, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - L'Italia seguirà l'esempio del Regno Unito e lascerà l'Europa, pressata dal debito pubblico, dall'eccessivo rigore nei conti imposto da Bruxelles e da un ambiente svantaggioso per la sua economia? Prevederlo oggi è praticamente impossibile, scrive "Bloomberg", ma a giudicare dai flussi di capitali, diversi investitori non intendono attendere di scoprire la risposta. Le banche centrali europee tengono sotto controllo i flussi di capitali tra i paesi membri dell'Ue, una misura necessaria a vigilare sull'equilibrio dei bilanci dell'eurozona. Se ad esempio 100 euro vengono spostati dall'Italia alla Germania, la Banca d'Italia notifica all'Eurosistema un passivo di eguale importo, e la Bundesbank un attivo. Il progressivo accumulo di passivi da parte di una banca centrale solitamente è il sintomo di una fuga di capitali, che a sua volta è l'effetto di un grave rischio sistemico percepito. E' proprio ciò che ultimamente è accaduto in Italia: tra gennaio e settembre di quest'anno Bankitalia ha accumulato passivi per 354 milioni di euro nei confronti del'Eurosistema, 118 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2015 e 78 in più dalla fine di maggio. Non si tratta di un deflusso di capitali paragonabile a quello vissuto dal paese durante la crisi del debito sovrano del 2012, precisa "Bloomberg", ma è comunque un dato significativo. Il principale beneficiario di questo flusso di denaro in uscita dall'Italia pare essere proprio al Germania, che rispetto allo scorso anno ha aumentato i suoi attivi nei confronti dell'Eurosistema di 160 miliardi. Le dinamiche in atto possono essere spiegate con una serie di timori contingenti, a partire da quelli legati allo stato del sistema bancario italiano e al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Sia come sia - conclude "Bloomberg" - la scia dei capitali esprime tutto tramite una fiducia degli investitori nella solidità di fondo del progetto europeo.
  
La credibilità commerciale dell'Ue nelle mani della regione belga della Vallonia
Parigi, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Il Belgio costringerà l'Unione Europea a sospendere la firma dell'accordo commerciale di libero scambio con il Canada (Ceta)? Se lo chiede il quotidiano economico francese "Les Echos", ricordando come proprio oggi martedì 18 ottobre i ministri Ue dovrebbero approvare il documento e quindi aprire la strada alla firma ufficiale del Ceta, il 27 prossimo a Bruxelles, alla presenza del primo ministro canadese Justin Trudeau. Ma la regione belga della Vallonia ha fatto calare la suspense sull'accordo: il Parlamento vallone infatti, ha rifiutato di dare al proprio esecutivo regionale il "potere delegato" per dire di sì all'accordo: e così il Belgio, a causa della sua complessa architettura istituzionale, non può sottoscrivere il Ceta. Lo ha confermato ieri lo stesso primo ministro federale belga, Charles Michel; il quale ha espresso il proprio disappunto per questa impasse ed ha spiegato ai principali quotidiani in lingua francese del suo paese, "Le Soir" e "La Libre Belgique", che sono in corso trattative dell'ultimo minuto per emendare il testo dell'accordo commerciale ed evitare così il "veto" della Vallonia. Quale che sarà l'esito della crisi, commenta "Les Echos", il danno alla credibilità dell'Unione Europea sulla scena internazionale ormai è stato già procurato, a causa dalla fragilità dei suoi meccanismi decisionali: oltre al fatto che uno solo dei 27 Stati membri può bloccare tutto, lo stesso potere ce l'ha anche una singola entità istituzionale regionale, come appunto è la Vallonia; e questo persino in uno dei rari domini su cui l'Ue avrebbe, almeno in teoria, un qualche potere reale. All'aspetto "europeo" della disputa si aggiungono, secondo "Les Echos", i danni che essa potrebbe procurare alla stessa integrità del Belgio, alimentando le incomprensioni fra le due anime del paese, quella vallona appunto e quella delle Fiandre che storicamente sono più aperte al mercato e che oggi sono favorevoli al trattato Ceta con il Canada.
  
Migrazioni, il premier ungherese Orban paragona l’apertura delle frontiere del 1989 alla chiusura nel 2016
Berlino, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Il Primo ministro ungherese Viktor Orban e quello bavarese, Horst Seehofer (Csu), si sono incontrati ieri per la terza volta dall’inizio della crisi dei rifugiati. Orban ha difeso la chiusura delle frontiere ungheresi ai rifugiati come “un dovere per proteggere la libertà dell’Europa”. Seehofer ha invece rinnovato il suo invito a limitare l'immigrazione, concentrandosi sull'integrazione di quanti hanno davvero diritto all'asulo. Orban ha affermato che l'Ungheria è sempre stata una terra di libertà, che non ha mai tollerato "l'occupazione, l'oppressione e la dittatura". "Posso assicurarvi che l'Ungheria in futuro sarà sempre dal lato europeo della libertà". Il premier ha giustificato la chiusura dei confini paragonandola all'apertura delle frontiere nel 1989, che sarebbero "due facce della stessa medaglia". "Nel 1989 ci siamo aperti per la libertà dell'Europa, e ora proteggiamo questa libertà, " ha detto il leader ungherese. Seehofer ha espressamente ringraziato il popolo ungherese per il merito storico di aver agevolato l'abbattimento della Cortina di Ferro e dunque la riunificazione della Germania. Inoltre, il Presidente della Csu ha avvertito che in tempi di crisi, l'Europa deve esibire una maggiore unità e parlare con una sola voce. L'opposizione bavarese ha criticato con forza l'incontro, come aveva fatto nelle precedenti occasioni. L’Spd e i Verdi hanno boicottato l’incontro in segno di protesta. "La visita di Viktor Orban ferisce la dignità del Parlamento del land bavarese ", ha detto Markus Rinderspacher, capogruppo dell’Spd al Bundestag. Il Parlamento non dovrebbe offrire alcuna sponda ai gruppi nazionali di destra e anti-democratici, ha affermato il parlamentare. La Csu ha tradizionalmente buoni rapporti con l’Ungheria.
  
Parigi, 500 poliziotti manifestano la propria rabbia in piena notte
Parigi, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Circa 500 poliziotti hanno protestato ieri notte sugli Champs-Elysées a Parigi, in una manifestazione spontanea convocata senza le organizzazioni sindacali di cui ha dato ampiamente conto stamattina il quotidiano "Le Parisien". In precedenza un centinaio di agenti parigini si erano radunati davanti all'Ospedale Saint-Louis, nel X° Arrondissement, dove è ricoverato tra la vita e la morte l'appuntato ferito nell'attacco con bottiglie molotov avvenuto l'8 ottobre scorso nel quartiere di Grande Borne a Viry-Châtillon, nel dipartimento dell'Essonne alle porte della capitale francese. Per tutta la giornata di ieri lunedì 17, dopo che i poliziotti dell'Essonne avevano dato vita nel sobborgo di Evry a manifestazioni di protesta per tutto il fine settimana, si sono rincorsi via Sms, e-mail e telefonate gli appelli ad esprimere la propria rabbia per le condizioni di lavoro a cui le forze dell'ordine sono costrette. Con l'arrivo di altri 400 colleghi di rinforzo venuti da tutta la regione dell'Île-de-France gli agenti, in abiti borghesi, hanno dato vita ad un corteo di auto che si è snodato fino all'Arco di Trionfo; al corteo tuttavia non hanno partecipato quelli venuti dall'Essonne, che sono invece rientrati in caserma dopo esser stati minacciati di sanzioni da parte del loro diretto superiore: alla loro partenza gli altri colleghi li hanno salutati con un lungo applauso. Il gravissimo incidente di Viry-Châtillon, è stata la miccia che sta facendo esplodere la rabbia dei poliziotti francesi: già martedì 11 ottobre davanti ai commissariati di tutta la Francia si erano riuniti a centinaia per reclamare più mezzi e maggiore fermezza contro la criminalità. Le interviste raccolte ieri notte sugli Champs-Elysées dal quotidiano quotidiano testimoniano di condizioni di impiego pesantissime, con un uso reiterato degli straordinari e la soppressione di ferie e licenze; a cui fanno da contraltare la ormai cronica mancanza di mezzi adeguati, dai giubbotti anti-proiettili alle auto di servizio, ed un atteggiamento che è eccessivamente tollerante nei confronti dei criminali, secondo i poliziotti, da parte delle autorità politiche.
  
Cazeneuve, il Regno Unito deve adempiere ai suoi obblighi morali sui minori non accompagnati di Calais
Londra, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - "Dobbiamo trovare una prospettiva comune su Calais per evitare di accusarci reciprocamente per una situazione che tutti riconoscono come un disastro": così il ministro dell'Interno della Francia, Bernard Cazeneuve, in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian", interviene sull'emergenza del campo profughi invocando la cooperazione tra Parigi e Londra e ricordando i valori e gli obiettivi comuni: rispettare il diritto di asilo e regolare l'immigrazione. La questione, ammette, ha creato contrasti tra le opinioni pubbliche al di qua e al di là della Manica: da un punto di vista francese, la responsabilità è dell'egoismo del governo del Regno Unito, che si nasconde "senza scrupoli" dietro l'accordo di Le Touquet, in base al quale può effettuare sull'Europa continentale i controlli sugli ingressi, e si rifiuta di accogliere una quota di profughi in fuga dai conflitti del Medio Oriente, inclusi i minori non accompagnati con legami familiari in Gran Bretagna; la stampa britannica, invece, accusa l'esecutivo francese di inefficienza nella gestione delle richieste di asilo e di disumanità. Cazeneuve cita alcuni dati e rivendica i risultati positivi ottenuti: nell'ultimo anno seimila persone sono state trasferite dai campi di Calais e Dunkerque a 164 centri di accoglienza che il governo ha aperto in tutta la Francia con l'obiettivo di integrare i migranti nel territorio; proprio il "successo" di questo metodo è alla base della decisione di smantellare il campo di Calais. Adesso, prosegue, la Francia e il Regno Unito "devono agire insieme per proteggere quella gente ai loro confini che ha chiaramente bisogno di protezione, soprattutto i più vulnerabili", i minori non accompagnati. Londra si è impegnata in tal senso e i primi trasferimenti inizieranno questa settimana; ora "deve intensificare gli sforzi" per identificare e collocare quei minori. Tredicimila saranno accolti dalla Francia. L'esponente del governo francese sottolinea che l'operazione umanitaria deve essere sostenuta da misure a lungo termine per difendere le frontiere e riconosce l'importante contributo dei servizi di polizia britannici allo smantellamento, dall'inizio dell'anno, di 33 reti criminali specializzate nel traffico di migranti. A più lungo termine, conclude Cazeneuve, per la loro cultura del diritto e il loro ruolo sulla scena internazionale, "né il Regno Unito né la Francia possono abdicare alle loro responsabilità sulla crisi migratoria nel Continente", anche se non sono paesi di primo arrivo né i più colpiti dall'emergenza.
  
Camera di commercio Usa, la Brexit mette a rischio investimenti per 590 miliardi di dollari nel Regno Unito
Londra, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - La Camera di commercio degli Stati Uniti, riferisce il "Financial Times", avverte che le imprese rappresentate, che attualmente hanno investimenti nel Regno Unito per quasi 600 miliardi di dollari, potrebbero rivedere i loro piani a causa della preoccupazione per l'accesso al mercato unico europeo dopo la Brexit. L'organizzazione dovrebbe presentare questa settimana al governo britannico un documento di analisi in cui evidenzia l'importanza dell'accesso a tale mercato per gli investitori statunitensi. Un avvertimento analogo è già stato lanciato dalla comunità imprenditoriale giapponese. In una nota scritta presentata all'ambasciatore britannico a Washington la Camera di commercio Usa spiega che l'aumento dei costi, dovuto in particolare alla perdita del "passaporto" dei servizi, colpirebbe la competitività della Gran Bretagna, a beneficio di altre destinazioni. La vice presidente, Marjorie Chorlins, responsabile per gli affari europei, sostiene che a causa dell'incertezza sulle condizioni dell’uscita dall'Unione Europea alcune aziende oltre Atlantico stanno già lavorando a piani di emergenza a lungo termine e si stanno chiedendo se sia il caso di espandere gli investimenti nel Regno Unito. L'organizzazione, inoltre, respinge come una "sciocchezza" l'argomentazione dei Brexiter sul livello relativamente basso delle eventuali tariffe dell'Ue, spiegando che i margini per i beni commerciabili sono così sottili che anche il tre per cento può essere determinante per concludere o no una vendita. Altro elemento da considerare è il vantaggio competitivo dovuto alla presenza di lavoratori qualificati provenienti dai paesi membri dell'Ue; secondo l'organizzazione, per evitare una carenza di competenze, Londra dovrebbe continuare a consentire "il movimento del lavoro senza barriere eccessivamente restrittive".
  
Spagna, il debito pubblico aumenterà di sette miliardi di euro quest'anno
Madrid, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Il governo spagnolo prevede, per il 2016 e il 2017, un bilancio peggiore per le casse pubbliche di quanto previsto in precedenza, che si tradurrà in minori ricavi, più spesa e un aumento del debito. E' quanto rivela il piano di bilancio per il prossimo anno inoltrato a Bruxelles, che eleva la stima del debito pubblico dal 99,1 al 99,8 per cento del pil per quest'anno - cioè 7 miliardi di euro in più - e dal 99 al 99,7 per cento nel 2017. Nel giugno scorso, il debito ha superato il 100 per cento del pil. L'Esecutivo di Madrid stima ora che le entrate dello Stato saranno di 4 e 6 miliardi inferiori a quanto previsto nel programma di stabilità per il 2016 e il 2017. Il livello di entrate pubbliche raggiungerà il 37,8 per cento del pil quest'anno e il 37,7 per cento il prossimo anno, mentre nel mese di aprile il governo aveva previsto rispettivamente il 38,2 e il 38,3 per cento. Il piano non specifica l'obiettivo dettagliato di deficit per le comunità autonome e i comuni e riunisce entrambi i gruppi in uno 0,3 per cento quest'anno - che potrebbe però passare allo 0,7 per cento per le autonomie e allo 0,4 per cento per le amministrazioni locali. In ogni caso, il piano indica che le autonomie risparmieranno 1,158 miliardi nel 2017, soprattutto dai costi del personale, per cui è previsto un adeguamento da 595 milioni di euro, e da quelli legati all'acquisto di farmaci (550 milioni).
  
Presidenziali Usa, Trump e Clinton si preparano all'ultimo allungo
New York, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Solo il terzo dibattito pubblico di domani separa i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump e Hillary Clinton, dalle elezioni del 4 novembre. L'evento, che si terrà a Los Angeles, è forse l'ultima occasione per il repubblicano Trump di invertire la tendenza fotografata dai sondaggi, che lo vedono arrancare alle spalle dell'avversaria. Per il Repubblicano, si tratta di verificare se la "strategia della terra bruciata" adottata nell'arco dell'ultima settimana, con attacchi sostenuti alla sua avversaria e alla legittimità del processo elettorale, si rivelerà efficace anche nel formato del dibattito televisivo. Clinton dovrà decidere invece se ingaggiare Trump in uno scontro diretto, come ha fatto in occasione dell'ultimo dibattito, o se ignorarlo e preferire un approccio programmatico. Entrambi i candidati, insomma, devono scegliere come concludere una campagna elettorale all'insegna dei colpi bassi; la logica dice che potrebbero scegliere vie opposte: Trump pare convinto che l'ultima strada per la Casa Bianca rimastagli sia quella di energizzare il suo elettorato dicendo loro quanto sono già inclini a credere: che Clinton è corrotta, i media nazionali sono schierati a suo favore e l'establishment nazionale lo considera un nemico. Per Clinton l'equazione è più complicata. La Democratica non si è mai sottratta agli attacchi personali nei confronti del suo avversario, e stando ai sondaggi tale strategia ha avuto successo. Clinton, però, avrebbe dovuto puntare sull'esperienza e l'attitudine al governo, mentre ha preferito cedere agli insulti e agli attacchi personali, come il suo avversario. Si tratta di una scelta che secondo il "Wall Street Journal" non fa che dar forza al suo vero nemico: il rischio dell'astensionismo tra gli elettori democratici e indipendenti. Almeno stando ai sondaggi, però, Clinton pare avere le elezioni in tasca, tanto che sta preparando una ambiziosa offensiva contro gli Stati tradizionalmente repubblicani in vista delle elezioni di inizio novembre. La decisione della campagna democratica di non limitare gli sforzi elettorali ai soli Stati contesi dell'Unione, sottolinea il "New York Times", è un segnale di grande sicurezza. I Democratici guardano con particolare interesse all'Arizona, la cui vastissima minoranza democratica ha già ribaltato gli equilibri politici a favore dei democratici nelle aree urbane. Trump, invece, ha annunciato che se verrà eletto chiederà al Congresso di approvare una legge che impedisca agli ex funzionari di governo qualunque attività di lobbying a Washington per i cinque anni successivi alla fine del loro mandato nelle istituzioni. Trump ha spiegato che intende estendere lo stesso divieto anche ai legislatori e ai membri del loro staff. Il Repubblicano ha spiegato di voler anche ampliare la definizione di "lobbista" per "chiudere le scappatoie che gli ex funzionari di governo hanno usato per definirsi consulenti o consiglieri", e di essere deciso a "bandire a vita" qualunque attività di pressione a Washington per conto di governi terzi. Ieri Trump è anche tornato a criticare la sua avversaria democratica, Hillary Clinton, e l'amministrazione presidenziale in carica per l'atteggiamento eccessivamente ostile nei confronti della Russia, ed ha annunciato che se vincerà le elezioni, potrebbe incontrare il presidente russo Vladimir Putin prima della cerimonia di giuramento.
  
America Latina, Argentina e Cile elimineranno la doppia imposizione dal 2017
Buenos Aires, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Il ministro delle Finanze argentino, Alfonso Prat-Gay, e il suo omologo cileno, Rodrigo Valdes, hanno annunciato che dal mese di gennaio 2017 entrerà in vigore un accordo bilaterale per eliminare la doppia imposizioni e prevenire l'evasione fiscale. L'accordo, firmato il 15 maggio 2015, si propone di eliminare la doppia imposizione per i residenti di entrambi i paesi che sviluppano "attività transnazionali", una misura per ridurre le "barriere fiscali al flusso di capitali e ai servizi tra i due Stati". L'accordo punta anche ad "aumentare le esportazioni di servizi, facilitare il trasferimento di tecnologia e conoscenze e portare stabilità e certezza ai contribuenti per quanto riguarda il loro onere fiscale complessivo e l'interpretazione e l'applicazione della normativa che li riguarda". Inoltre, l'accordo stabilisce dei meccanismi per prevenire l'evasione e l'elusione fiscale attraverso la cooperazione e lo scambio di informazioni tra i due governi. L'accordo non preclude, tuttavia, che "le parti contraenti applichino le disposizioni previste nel loro regolamento interno in materia di prevenzione dell'evasione fiscale e di trasparenza fiscale internazionale". Per il ministro Prat-Gay "questo è un passo importante nel processo di integrazione tra le nostre due nazioni sorelle. Approfittando delle nostre complementarietà creeremo più posti di lavoro e di migliore qualità su entrambi i lati della cordigliera delle Ande".
  
Iraq, il presidente Erdogan conferma la partecipazione della Turchia all'offensiva su Mosul
Berlino, 18 ott 11:06 - (Agenzia Nova) - Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha confermato la partecipazione della Turchia all’offensiva per la liberazione della città irachena di Mosul dallo Stato islamico. “Rimarremo qui operativi, non è possibile che ne restiamo fuori” ha dichiarato il presidente turco. Allo stesso tempo, Erdogan ha avvertito: “non siamo responsabili per le eventuali conseguenze della partecipazione della Turchia alle operazioni”. Nella notte di lunedì l'esercito iracheno ha lanciato la tanto attesa offensiva su Mosul, seconda città del paese e ultima grande roccaforte dell'Isis in Iraq. Una delle direttrici dell'offensiva è affidata alle milizie curde addestrate e armate, tra gli altri, dalle forze armate tedesche. La decisione di Ankara di operare militarmente in territorio iracheno senza il consenso di Baghdad ha causato forti tensioni tra i due paesi. A Baschika, nel nord dell'Iraq, le forze armate turche addestrano milizie sunnite che ora starebbero prendendo parte all'offensiva su Mosul, nonostante la ferma opposizione del governo iracheno.