Rubrica
08.10.2016 - 10:24
Analisi
 
Una nuova Guerra fredda è possibile?
Roma, 8 ott 10:24 - (Agenzia Nova) - Il segretario di Stato Usa, John Kerry, dichiara chiusi i negoziati con la Russia sulla Siria, mentre tra Washington e Mosca il dialogo somiglia sempre più ad un confronto da guerra fredda. Il responsabile della diplomazia di Mosca, Sergej Lavrov cerca di riallacciare il dialogo almeno con l’Unione Europea, affermando che il piano umanitario messo a punto dall’Ue per la Siria “merita di essere discusso e sostenuto”. Ma intanto il parlamento russo approva il dislocamento a tempo indefinito dell’Aviazione in Siria ed il ministero della Difesa sostiene la riapertura di basi militari a Cuba e in Vietnam. Del resto una parte consistente degli apparati di governo degli Stati Uniti – nell’apparente indifferenza del presidente uscente, Barack Obama, che pure aveva frenato a lungo i propri collaboratori – lavora ad una strategia aggressiva nei confronti della Russia, nella speranza che Hillary Clinton sia eletta alla Casa Bianca. La strategia prevede l’adozione di nuove sanzioni contro Mosca, un impegno più consistente in Siria, maggiori aiuti al governo di Kiev, nella sua lotta contro i separatisti dell’Ucraina orientale, e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione delle opinioni pubbliche della Russia e dei suoi più stretti alleati, in particolare Armenia e Bielorussia. Nonostante gli atteggiamenti muscolari e l’innegabile abilità geopolitica del presidente Vladimir Putin, la Russia resta un paese debole, con un’economia delle dimensioni inferiori a quelle della California, e con enormi difficoltà dovute alla vastità del territorio, all’inadeguatezza delle infrastrutture, alla composizione multietnica del paese. Un’offensiva diplomatica, commerciale, mediatica, giudiziaria e d’intelligence contro la Russia potrebbe facilmente mettere in crisi un paese già afflitto dalla crisi economica e dal basso prezzo del petrolio. In Bielorussia il regime di Aleksandr Lukashenko è tanto autoritario quanto fragile. L’Armenia è una repubblica povera che commercia con l’Iran e dipende militarmente da Mosca, ma che sogna l’America. Negli Stati Uniti, ed in particolare in California, vive una numerosa ed influente comunità armena che ha sostenuto la madrepatria nella guerra del Karabakh, ma che non ha motivo di appoggiare la scelta filorussa del presidente Serzh Sargsjan, se non il mantenimento del controllo del Karabakh. E’ evidente che l’eventuale perdita dell’influenza su Bielorussia ed Armenia, insieme alla sconfitta degli indipendentisti dell’Ucraina orientale, rappresenterebbe per Mosca un grave arretramento strategico. Appare assai improbabile che Putin possa subire l’iniziativa Usa senza reagire. Terreno naturale di scontro diventerebbero in questo caso le repubbliche baltiche – Estonia, Lituania e soprattutto Lettonia – dove vivono grandi comunità russofone. Il riaccendersi della “guerra del gas” sarebbe quasi inevitabile, e forti tensioni potrebbero quindi emergere anche in altri paesi dell’Europa orientale, in particolare in Moldova, Bulgaria, Repubblica Ceca ed Ungheria.. Le conseguenze di un simile sviluppo si avvertirebbero anche nella regione mediorientale, con il prolungarsi dei conflitti in Siria e in Iraq, e con un possibile avvitamento del conflitto turco-curdo. La Russia non potrebbe emergere vincitrice da un tale confronto, che però causerebbe gravi difficoltà in tutti i paesi dell’Europa Orientale, accentuando il divario che già li separa dai “vecchi” membri dell’Unione Europea. Per inciso, l’indebolimento della Russia consentirebbe alla Cina di rafforzare la propria presa sulle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, ed in particolare sulle grandi riserve di gas di Kazakhstan e Turkmenistan. Un obiettivo d’importanza strategica per Pechino, la cui più grave vulnerabilità è costituita dalla dipendenza dai trasporti marittimi. Quello descritto è, beninteso, solo uno scenario, la cui verosimiglianza potrà essere verificata solo dopo le elezioni presidenziali Usa.
 
Agenzia Nova
 
La May guida il Regno Unito verso il mare aperto
Roma, 8 ott 10:24 - (Agenzia Nova) - Domenica 2 ottobre, al congresso conservatore che si riunisce a Birmingham, il primo ministro, Theresa May, annuncia che entro il 31 marzo 2017 il suo governo chiederà formalmente a Bruxelles l’apertura dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Ue. La premier sottolinea che non chiederà di far parte del Mercato unico europeo, e che la Gran Bretagna non accetterà, quindi, la libera circolazione delle persone. Il ministro dell’Interno, Amber Rudd, ventila la possibilità che siano introdotti limiti all’accoglienza di studenti stranieri, e l’obbligo per le società di dichiarare il numero di dipendenti nati all’estero. Misure che suscitano le proteste dei partner europei di Londra, ma anche del mondo imprenditoriale britannico. In verità, la scelta della May è quasi obbligata. Restare nel Mercato interno Ue significherebbe infatti sottoporsi a regole dettate da altri, senza poter contribuire in alcun modo a determinarle. Londra cercherà dunque di negoziare un accordo con Bruxelles che sia il più possibile favorevole ai propri interessi, e di sfruttare la nuova libertà di manovra con un sistema di accordi bilaterali nella cornice dell’Organizzazione mondiale del commercio. Si tratterà, in realtà, di un ritorno al passato, come dimostra la repentina svalutazione della sterlina: una vecchia abitudine non solo italiana, ma anche britannica, per recuperare competitività. Il deprezzamento della valuta spinge a sua volta in alto i valori borsistici delle aziende con vocazione all’export. Uno sviluppo, questo, che spinge molti commentatori a sostenere che i timori degli europeisti per la Brexit erano ingiustificati. E’ possibile che sia così, ma bisognerebbe considerare che la Gran Bretagna fa ancora parte a tutti gli effetti dell’Ue, e che le conseguenze negative della sua uscita saranno avvertite solo nel medio-lungo termine. Certamente solo dopo l’avvenuta separazione dall’Unione. Resta inoltre irrisolto un problema di prima grandezza: il futuro della Scozia. La grande maggioranza degli scozzesi vorrebbe restare nell’Unione Europea, e non è detto che gli indipendentisti dello Scottish National Party, che nelle ultime elezioni hanno conquistato il governo regionale, non chiedano un nuovo referendum per la secessione da Londra. La Scozia ha solo poco più di 5,25 milioni di abitanti, a fronte degli oltre 64 milioni dell’intero Regno Unito. Essa ospita però, a pochi chilometri da Glasgow, la base dei 4 sottomarini armati di missili nucleari che costituiscono l’intero arsenale atomico britannico. In caso di secessione, inoltre, buona parte dei giacimenti petroliferi britannici situati nel Mare del Nord ricadrebbero nella zona economica scozzese. Appare evidente che le autorità britanniche faranno tutto il possibile affinché la secessione non avvenga, ed una consultazione popolare convocata dai nazionalisti scozzesi potrebbe far precipitare una crisi simile a quella vissuta per decenni dall’Irlanda del Nord, ma con dimensioni assai maggiori. Grazie soprattutto alla sua posizione geografica, il Regno Unito costituisce un alleato fondamentale per gli Stati Uniti, che cercheranno dunque di preservarne l’integrità in ogni modo.
 
Agenzia Nova