Rubrica
05.10.2016 - 11:17
   
Tony Barber, "Le riforme di Renzi sono un ponte costituzionale verso il nulla”
Londra, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Un commento di Tony Barber sul "Financial Times" boccia la riforma costituzionale italiana oggetto del referendum del 4 dicembre: contrariamente a quanto afferma il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, scrive l'editorialista, la riforma, che riduce drasticamente i poteri del Senato, a favore della Camera dei deputati, e il numero dei senatori da 315 a cento, rendendoli non più elettivi, "farebbe poco per migliorare la qualità del governo, della legislazione e della politica". Renzi, prosegue Barber, attribuisce al bicameralismo perfetto la lentezza del processo legislativo e l'instabilità, ma "il parlamento italiano approva più leggi all'anno di quelli della Francia, della Germania, del Regno Unito e degli Stati Uniti". Pur non disponendo della maggioranza al Senato, ricorda il commentatore, lo stesso Renzi è riuscito a far approvare leggi centrali del suo programma come quelle sugli sgravi fiscali e sul mercato del lavoro. L'elevato numero di governi che si sono succeduti nella storia repubblicana, argomenta Barber, non dipende dai poteri del Senato: "La spiegazione principale è la natura frammentata dei partiti politici italiani. Ciò riflette la frammentazione della società italiana". A suo parere, "ciò di cui l'Italia ha bisogno non è approvare più leggi più velocemente, ma meno leggi e migliori. Devono essere scritte in modo accurato e applicate davvero, invece di essere bloccate o aggirate dalla pubblica amministrazione, da interessi particolari e dall'opinione pubblica". Alle modifiche alla Costituzione, inoltre, si aggiunge la legge elettorale col premio di maggioranza, "anch'essa un cattiva riforma" per l'editorialista. "Nelle capitali dell'Ue – conclude Barber – c'è la sensazione che Renzi meriti di essere sostenuto. Un'Italia senza timone, vulnerabile a una crisi bancaria e al movimento anti-sistema Cinque stelle, potrebbe scatenare problemi. Eppure la sconfitta referendaria di Renzi non necessariamente destabilizzerebbe l'Italia. Una vittoria, d'altra parte, esporrebbe la follia di mettere l'obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi davanti alla necessità di una sana democrazia".
  
Regno Unito, May alla conquista del centro politico
Londra, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Theresa May, premier del Regno Unito e leader dei conservatori, nel discorso conclusivo al congresso annuale del suo partito, anticipa il "Financial Times", attaccherà quell'establishment che irride le ansie degli elettori che hanno votato per la Brexit. Molti politici e commentatori, dirà, "trovano il loro patriottismo sgradevole, le loro preoccupazioni per l'immigrazione provinciali, le loro opinioni sulla criminalità illiberali e il loro attaccamento alla sicurezza del lavoro sconveniente". May presenterà il suo come il partito della gente comune che lavora, cercando di trarre vantaggio dai problemi della principale forza di opposizione e di attirare i delusi del Labour, molti dei quali hanno votato per l'uscita dall'Unione Europea nel referendum di giugno, e quelli dell'Ukip, il Partito per l'indipendenza del Regno Unito, in crisi esistenziale dopo la vittoria referendaria, le dimissioni di Nigel Farage e la fallita successione al vertice di Diane James. Pur essendo consapevole che a dominare il suo governo è la questione della Brexit, la premier è determinata a lasciare il segno nella politica interna con una piattaforma centrista e a cambiare l'immagine dei Tory, ancora considerati da molti i portavoce dei privilegiati: dichiarerà che intende mettere il potere "al servizio della gente comune e della classe operaia", prometterà le stesse opportunità per tutti a prescindere dalla provenienza sociale, farà appello alla costruzione di "una nuova Gran Bretagna unita in cui tutti giocano secondo le stesse regole". A breve è attesa la presentazione di una serie di proposte di riforme della governance aziendale, comprendenti anche l'introduzione di rappresentanti dei lavoratori e dei consumatori nei consigli di amministrazione. May non è la prima a tentare di rinnovare il Partito conservatore; ci ha provato anche il suo predecessore, David Cameron, i cui sforzi però sono stati compromessi dalla politica di austerità. Un test chiave delle priorità fiscali dell'attuale governo sarà la Dichiarazione d'autunno del cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, a novembre.
  
Deputati tedeschi in Turchia in un clima di apparente normalità
Berlino, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Secondo quanto riportato dal portavoce del Governo turco Numan Kurtulmuş, martedì un gruppo di deputati del Bundestag si è recato presso la base aerea di Incirlik per far visita ai soldati tedeschi lì schierati. La visita, che ha avuto un profilo e un rilievo mediatico assai ridotti, evidenzia tutta la complessità del rapporto turco-tedesco. Lo scorso mese di giugno, infatti, il Bundestag ha approvato la cosiddetta risoluzione Armena, contro i crimini perpetrati dalle truppe ottomane nei confronti della popolazione di quella regione nel 1915/16. Una delle prime reazioni di Ankara è stata proprio quella di impedire la visita prevista. Solo al ministro della Difesa, Ursula von der Layen, era stato permesso di far visita ai piloti dei Tornado tedeschi impiegati in missioni di ricognizione contro lo Stato islamico in Siria e Iraq. Alla fine, sono risultate risolutive le parole del cancelliere tedesco Angela Merkel in occasione del suo ultimo incontro con l'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan: in quell'occasione, Merkel ha spiegato che la risoluzione adottata dal Parlamento "non ha un effetto legale vincolante". La delegazione parlamentare tedesca è giunta ieri ad Ankara e oggi saranno a Incirlik. Alla fine dell’anno il Bundestag dovrà decidere in merito alla proroga della missione. La Germania potrebbe impegnarsi anche con l’uso di velivoli Awacs. Ankara ha contestato la presenza nella delegazione del deputato della Linke Alexander Neu, accusato di essere simpatizzante del partito separatista turco Pkk. “Nel complesso i rapporti sono tesi”, ha detto il deputato Florian Hahn della Csu. Intanto al riguardo i populisti di destra soffiano sul fuoco in Germania.
  
Germania-Iran, la visita di Gabriel a Teheran si conclude con un affronto
Berlino, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Al termine della sua visita ufficiale di tre giorni in Iran, il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel (Spd) ha toccato con mano i limiti delle relazioni tra i due paesi. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Laridschani, una delle figure chiave della Repubblica islamica, ha annullato all’ultimo minuto una riunione pianificata. Gabriel ha minimizzato l’accaduto, bollandolo la cosa come “parte della campagna elettorale interna iraniana” e dicendosi soddisfatto dell’incontro avuto con il Vice presidente iraniano. A Teheran si dice che il Governo iraniano abbia reagito in questo modo alle critiche del vicecancelliere rispetto ai rapporti dell’Iran con Israele e al ruolo di Teheran nel conflitto siriano. Già lunedì Gabriel era stato criticato dal Ministro della giustizia Sadegh Laridschani, avversario del più moderato presidente iraniano Rohani. La famiglia Laridschani è molto influente in Iran. Quattro dei cinque fratelli di cui è composta gestiscono leve cruciali nell'apparato di potere. Lo stesso portavoce del ministero degli Esteri aveva definito le critiche mosse dal vicecancelliere alla violazione dei diritti umani come “irrilevanti interferenze negli affari interni del paese”. L’Iran, dopo la Cina, è il Paese che detiene il primato delle condanne a morte: 230 dall’inizio dell’anno. Ha avuto successo invece la parte economica del viaggio, che ha visto la delegazione di 120 imprenditori concludere importanti contratti per le aziende tedesche. In forse l’intervento delle banche a causa dei timori legati alla reintroduzione delle sanzioni.
  
La Settimana della moda frutta a Parigi 1,2 miliardi
Parigi, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Le diverse associazioni dell'industria francese della moda, del prêt-à-porter e della sartoria, in collaborazione con l'Istituto francese della moda (Ifm) hanno unito i loro sforzi per presentare ieri martedì 4 ottobre uno studio sul peso economico del settore basato da un lato sui dati dell'Istituto nazionale di statistica e di economia (Insee) e dall'altro sulle cifre fornite dalle stesse aziende fornite. Lo studio è pubblicato con grande risalto dal quotidiano "Le Figaro" e parte dai dati relativi alla Settimana della moda in corso a Parigi: per la capitale francese, le ricadute economiche dell'avvenimento che mette in passerella circa 300 sfilate sono valutate attorno a 1,2 miliardi di euro all'anno; senza contare i 10,3 miliardi di vendite che griffe e stilisti realizzano grazie appunto alla visibilità data dalla Settimana della moda parigina. I dati elaborati dallo studio includono l'insieme dei prodotti del settore, dagli abiti agli accessori più diversi fino alle scarpe, alla gioielleria, ai profumi ed ai cosmetici: tutto ciò insomma che costituisce uno "stile di vita" molto apprezzato all'estero. Così definita, l'industria della moda vanta un volume d'affari annuo di 150 miliardi di euro solo per quel che riguarda le aziende francesi riconosciute in tutto il mondo per il loro "savoir faire": 67 miliardi vengono dal settore tessile e dell'abbigliamento, 44 miliardi da profumi e cosmetica, 33 miliardi dall'export. Questi 150 miliardi, nota il "Figaro", fanno dell'industria della moda un peso massimo nel panorama complessivo dell'economia della Francia: superiore, contro ogni attesa, a settori come quello dell'aeronautica (che registra 102 miliardi di euro di volume d'affari annuo) o dell'automobile (39 miliardi). La moda francese insomma contribuisce per non meno del 2,7 per cento al Pi del paese; e inoltre genera anche un milione di posti di lavoro, dei quali 580 mila sono diretti.
  
Francia, i tassi dei mutui sono scesi ancora a settembre
Parigi, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Uno scivolamento senza fine: così il giornale "Les Echos" descrive la dinamica discendente dei tassi di interesse dei mutui immobiliari in Francia, alla luce degli ultimi dati pubblicati ieri martedì 4 ottobre dall'Osservatorio Crédit Logement/Csa. Nello scorso mese di settembre la media degli interessi applicati dalle banche è stata dell'1,41 per cento, in ulteriore calo rispetto al precedente mese di agosto: ora sono men di un quarto dei tassi nei primi anni 2000. Mese dopo mese, scrive sul quotidiano economico francese Edouard Lederer, le stesse producono gli stessi effetti: le condizioni di finanziamento delle banche sono estremamente favorevoli, grazie alla politica monetaria della Banca centrale europea; cosa che gli permette di prestare denaro a buon mercato conservando tuttavia un buon margine di profitto. Ci sono poi delle considerazioni stagionali e commerciali, nonché il particolare momento della Francia: il mese di settembre è tradizionalmente quello in cui riprende l'interesse dei compratori e quindi già normalmente registra un picco di concessione di crediti; quest'anno la ripresa è ancora più accentuata a causa di un certo attendismo che ha caratterizzato il mercato immobiliare francese nel corso dell'estate in seguito agli attentati terroristici. A tutto ciò si aggiunge la ruvida concorrenza che le banche si stanno facendo: un banchiere che non segue il generale movimento al ribasso degli interessi dei prestiti rischia di perdere i suoi clienti a favore dei concorrenti che offrono condizioni migliori. Resta da sapere, avverte "Les Echos", per quanto tempo ancora gli istituti di credito potranno mantenere questo ritmo senza mettersi in situazione di pericolo: riempire i propri bilanci di prestiti a buon mercato può infatti essere assai rischioso, soprattutto in caso di risalita dei tassi di interesse; le banche allora resterebbero schiacciate nella tenaglia di condizioni più onerose per l'approvvigionamento di denaro e di rendite da interessi che invece rimarrebbero al palo.
  
La Spagna sollecita il Regno Unito a negoziare la sovranità congiunta su Gibilterra
Madrid, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Il rappresentante permanente della Spagna presso le Nazioni Unite (Onu), l'ambasciatore Roman Oyarzun ha ribadito ieri l'offerta di Madrid al Regno Unito per negoziare "con urgenza" un accordo che garantisca la validità dei trattati dell'Unione Europea (Ue) a Gibilterra dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Nel corso di un dibattito durante la 71ma assemblea generale dell'Onu sulla decolonizzazione, il diplomatico ha presentato i quattro punti della proposta spagnola per una "sovranità congiunta" a Gibilterra che metterebbe fine a tre secoli di disaccordi tra la Spagna e il Regno Unito. In particolare, Oyarzun ha fatto riferimento ai quattro assi della formula spagnola che includono: uno "statuto personale per gli abitanti di Gibilterra", che manterrebbero la nazionalità britannica e potrebbero accedere a quella spagnola; il "mantenimento delle istituzioni di autogoverno di Gibilterra", nel quadro di un regime di autonomia; il mantenimento di un regime fiscale particolare compatibile con il diritto comunitario; infine, lo "smantellamento della Verja" cioè la frontiera tra Spagna e Gibilterra. La proposta è "un punto di partenza per i negoziati", ha sostenuto l'ambasciatore il quale ha chiesto a Gibilterra di studiarla attentamente. In definitiva, la proposta di madrid permetterebbe all'economia di Gibilterra di continuare ad avere libero accesso al mercato interno dell'Ue. Oyarzun ha precisato che non si tratta di "imporre nulla a nessuno", ed ha assicurato che i rappresentanti del territorio saranno i benvenuti, come parte della delegazione britannica, negli eventuali futuri colloqui. La proposta, ha sostenuto il diplomatico, è "vantaggiosa per tutte le parti in quanto aiuterebbe a risolvere un sacco di problemi, alcuni già esistenti e altri derivanti dall'uscita del Regno Unito dall'Ue" decisa dai cittadini britannici nel referendum che si è svolto il 23 giugno scorso.
  
Presidenziali Usa, i candidati alla vicepresidenza a confronto in Virginia
Washington, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - La Longwood University in Farmville, in Virginia, ha ospitato ieri sera il primo ed unico dibattito pubblico tra i candidati alla vicepresidenza Usa: il repubblicano Mike Pence e il democratico Tim Kaine. I due veterani della politica hanno ingaggiato un confronto serrato su questioni programmatiche, dando particolare risalto alle problematiche relazioni con la Russia e al tema dell'immigrazione. Con il candidato repubblicano Donald Trump alle prese con un nodo critico della sua campagna, dopo la pubblicazione della sua dichiarazione dei redditi che sembra provare come abbia eluso il fisco federale per 15 anni, il suo vice Pence ha esibito un'immagine di pacatezza e soprattutto di preparazione, che stando ai media statunitensi gli ha consentito di avere la meglio sul suo avversario democratico. Pence ha dovuto però contraddire in parte quanto dichiarato dal leader della sua campagna: ha negato, ad esempio, che una presidenza Trump di adopererebbe per una deportazione dal paese di tutti gli immigrati irregolari; ha affermato che il ricorso alla forza militare è l'unica soluzione alla crisi di Aleppo, in Siria; ed ha affermato che la Russia è un paese pericoloso cui gli Usa devono rispondere in maniera muscolare. Pence ha accusato Kaine e la candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton, di condurre una "campagna basata sull'insulto". Kaine, scrive la "Washington Post", ha affrontato inscenato un attacco costante al suo avversario, ma non ha funzionato: il senatore della Virginia è parso trafelato e poco educato, ricorrendo a costanti interruzioni dell'avversario. Al netto dei duelli verbali tra i due candidati, il dibattito ha messo in luce ancora una volta la grande distanza programmatica che intercorre tra i due partiti: Pence ha calcato su temi tradizionalmente repubblicani: l'aborto, le tasse, la riduzione dello Stato sociale, e la "fine della guerra al carbone", anche per rassicurare la porzione dell'elettorato conservatore che ancora non ha digerito la nomina dell'outsider Trump. Kaine ha preferito rivolgere il suo messaggio politico esclusivamente alle minoranze etniche del paese - da cui dipende la vittoria di Clinton alle urne - rimarcando gli insulti di Trump agli immigrati latinoamericani.
  
Brasile, il paese tornerà all'ottavo posto tra le economie mondiali nel 2017, ma deve puntare sui giovani
San Paolo, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Le previsioni di ripresa della crescita economica brasiliana per il prossimo anno e la frenata dell'aumento del dollaro negli ultimi mesi riporterà il Brasile all'ottavo posto in termini di pil mondiale nel 2017. E' quanto ha riferito il Fondo monetario internazionale (Fmi). Dallo scorso anno, il paese occupa il nono posto (due in meno rispetto a due anni fa), come riflesso della recessione iniziata alla fine del 2014. Ora il Fondo prevede che il Brasile supererà l'Italia il prossimo anno e tornerà ad occupare l'ottavo posto almeno fino al 2021, che è il termine dell'attuale previsione dell'istituzione finanziaria. Per l'Fmi, il pil del Brasile ammonterà a 1.950 miliardi di dollari nel 2017, contro i circa 1.900 di quello italiano. Nella previsione precedente, elaborata nell'aprile scorso, il Fondo stimava che il Brasile sarebbe rimasto al nono posto almeno fino al 2021. Secondo il quotidiano "Jornal do Brasil", però, il paese avrà un futuro economico positivo solo se la classe politica riuscirà a garantire politiche occupazionali ai giovani brasiliani. Le recenti elezioni amministrative 2016 hanno infatti messo in luce l'elevato e preoccupante numero di astensioni in particolare tra i giovani. Il quotidiano riferisce che il 17,58 per cento dell'intero elettorato del paese ha respinto tutte le opzioni presentate. Se a questo si aggiunge il fatto che la portata degli elettori di età compresa tra 16 e 17 anni è scesa del 20 per cento rispetto alle precedenti elezioni comunali nel 2012 ci troviamo di fronte un "quadro allarmante di giovani che non credono più nella democrazia". E purtroppo, sostiene il quotidiano, ne hanno tutte le ragioni. Come se non bastassero gli scandali di corruzione che coinvolgono i politici, "l'apatia del governo" nel proporre "iniziative in grado di offrire reali prospettive" per i giovani manda all'aria qualsiasi tentativo di coinvolgere questa fascia dell'elettorato. La mancanza di orizzonti certi lascia una parte enorme della popolazione "senza aspettative né motivazioni". In questa prospettiva, l'unico e più importante obiettivo che dovrebbero perseguire i governi futuri è quello di "lavorare senza sosta per far riemergere e moltiplicare le opportunità". In poche parole, afferma "Jornal do Brasil", bisogna "creare posti di lavoro per i giovani".
  
Rimettere il commercio al centro per rilanciare crescita ed equità
New York, 5 ott 11:17 - (Agenzia Nova) - Il modello di globalizzazione imperniato sull'apertura dei mercati è essenziale a garantire una ripresa economica globale sostenibile e a conseguire l'equità negli anni a venire, ma è necessario un ripensamento collettivo al fine di conseguire questi obiettivi. A scriverlo, n un editoriale sul "Wall Street journal", sono la direttrice del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Christine Lagarde, il presidente del Gruppo della Banca mondiale, Jin Yong Kim, e il direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), Roberto Azevedo. Molti dei leader dell'economia mondiale, ricordano gli autori dell'editoriale, si riuniranno questa settimana a Washington per l'annuale meeting organizzato dall'Fmi e dalla Banca mondiale, in un frangente preoccupante per il crescente e diffuso scetticismo rispetto ai meriti del commercio e le sirene sempre più forti a favore di una rinnovata svolta protezionistica. "Il commercio è effettivamente stagnante, e la produttività arranca", ammettono i rappresentanti delle tre istituzioni economico-finanziarie internazionali. "Specie nelle economie avanzate, la crescita è stata troppo a lungo stentata e iniquamente diffusa, al punto da erodere il sostegno alle politiche di libero scambio essenziali a sostenere la ripresa". Per evitare una spirale di bassa crescita e protezionismo, sostengono Lagarde, Kim e Azevedo, è necessario fare nuovamente del commercio "un motore di crescita per tutti, estendendo i benefici dell'integrazione economica tramite la cooperazione internazionale. (...) E' anche necessario mitigare gli effetti di questi processi per gli individui e le comunità che restano indietro". E' necessario "chiarire quanto è in gioco: il commercio non è un fine in sé, ma uno strumento per migliori posti di lavoro, maggiore prosperità e una riduzione della povertà globale". L'apertura dei mercati "consente a più persone di beneficiare dell'accesso a beni e servizi, concorre alla diffusione delle idee, consente alle aziende di accedere a più vasti mercati all'estero". la debolezza del commercio globale seguita alla crisi del 2008 "non ha quasi precedenti nella storia moderna", e riflette in gran parte "bassi tassi globali di investimento e di crescita". E' necessario dunque "ristabilire il ruolo del commercio come motore di crescita e sviluppo", cominciando con "solide politiche macroeconomiche a sostegno della domanda aggregata, e con le riforme strutturali". I governi nazionali e le istituzioni internazionali dovrebbero "costruire il consenso pubblico a queste politiche di libero scambio, enfatizzando come esse promuovano l'innovazione, l'occupazione e migliori standard di vita, e illustrare più chiaramente le opportunità e le sfide della globalizzazione".