Rubrica
17.12.2007 - 00:00
Analisi
 
Dopo il fallimento dei negoziati, il Kosovo verso l'indipendenza
17 dic 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Come prevedeva la maggior parte degli osservatori, i negoziati tra serbi ed albanesi del Kosovo si sono conclusi con un nulla di fatto. L'ultima tornata di colloqui, svoltasi a Baden, nei pressi di Vienna, è terminata alla fine di novembre senza che le parti giungessero ad un accordo. Conseguentemente, il 7 dicembre scorso, la trojka composta dai rappresentanti di Unione Europea, Stati Uniti e Russia ha consegnato al Consiglio di Sicurezza il proprio rapporto sulla situazione. Il 19, sotto la Presidenza di turno italiana, dovrebbe iniziare il confronto vero e proprio al Palazzo di Vetro, ma al momento appare assai improbabile l'adozione di una Risoluzione che rimpiazzi la 1244 del 1999: ad un nuovo documento che legittimasse le ambizioni dei kosovari albanesi si opporrebbero certamente la Russia e molto verosimilmente la Cina, che vantano eccellenti relazioni con Belgrado.

E' proprio per questo motivo che gli europei favorevoli all'indipendenza del Kosovo e gli americani stanno cercando di predisporre un sentiero che permetta ai kosovari albanesi di darsi lo Stato al quale anelano senza sottoporre la comunità internazionale a nuove lacerazioni ed al rischio di un nuovo ciclo di conflitti nei Balcani. Da un lato, gli europei chiedono alle autorità di Pristina moderazione e soprattutto di non proclamare la propria indipendenza prima che i serbi abbiano celebrato le loro prossime elezioni presidenziali. Dall'altro, a Belgrado l'Unione si accinge ad offrire in contropartita per la perdita del Kosovo una procedura facilitata di accessione all'Europa comunitaria.

La strategia ha una sua indubbia logica: si tratta di non danneggiare le prospettive elettorali dei liberali serbi ed al contempo di evitare che la dichiarazione kosovara sia unilaterale, in modo tale da assicurare al nuovo Stato sovrano l'immediato riconoscimento da parte di un significativo numero di Paesi e quindi scongiurare una serie di secessioni a catena, che in assenza di qualsiasi concertazione internazionale diventerebbero una prospettiva inevitabile non solo nei Balcani ma anche nel Caucaso. Non è in discussione soltanto il destino della Republika Srpska di Bosnia, ma altresì quello dei territori albanesi della Macedonia e del Montenegro, delle Repubbliche caucasiche di Abkhazia ed Ossezia del Sud, della Transdnestria russofona, da anni di fatto separata dal resto della Moldavia, per i quali quanto accadrà nel Kosovo costituirà volenti o nolenti un precedente.

E tuttavia il funzionamento di questo disegno complesso è tutt'altro che certo. L'elemento più aleatorio concerne proprio i serbi, che hanno finora dichiarato di essere indisponibili ad una transazione tra il soddisfacimento delle loro aspirazioni europee e la definitiva abdicazione ai propri diritti storici sul Kosovo. Si tratta di un elemento che si fatica a comprendere in Europa occidentale e negli Stati Uniti, ma il fatto è che la dirigenza serba non è al momento in grado di far digerire alla propria opinione pubblica la nascita di uno Stato kosovaro degli albanesi neanche se la contropartita per questo sacrificio fosse l'ingresso nell'Unione Europea.

I sondaggi condotti nelle ultime settimane all'interno della popolazione serba lo provano al di là di ogni ragionevole dubbio ed è molto difficile per il Governo di Belgrado ignorare questo dato. La Serbia non vuol concludere il doloroso ciclo delle guerre balcaniche recenti con un'ulteriore sconfitta. Ed anche se gli attuali dirigenti politici serbi sono consapevoli dell'impossibilità di riconquistare il Kosovo, che non potrebbe in ogni caso essere riassorbito all'interno delle istituzioni politiche di Belgrado, debbono assolutamente evitare di perdere la faccia nei confronti dei loro elettori, che non comprenderebbero più la differenza tra il nuovo regime e quello di Milosevic e potrebbero quindi anche decidere di voltare le spalle all'Occidente.

Di qui la ricerca ossessiva dell'escamotage, dalla formula adottata per Hong Kong a quelle più fantasiose escogitate in passato per alcune isole scandinave, riecheggiate nelle ultime fasi del lungo negoziato. Probabilmente, la soluzione migliore sarebbe stata quella adottata a suo tempo per Taiwan, alla quale gli stessi Stati Uniti precludono la possibilità di proclamare la propria indipendenza per non rischiare un confronto militare con Pechino. Se non ci si è arrivati è perché i rapporti di forza nel Mediterraneo sono diversi da quelli del Mar Cinese e la Serbia è priva degli strumenti che le occorrerebbero per scoraggiare l'esercizio dell'autodeterminazione da parte degli albanesi del Kosovo.

I nazionalisti kosovari, ad ogni buon conto, vogliono andare fino in fondo e l'unico compromesso al quale si sono finora mostrati disponibili è quello concernente la tempistica della loro dichiarazione d'indipendenza, essendo un obiettivo di Hashim Thaci il riconoscimento contestuale da parte di una massa critica di Paesi.
 
L'Unione Europea favorevole all'indipendenza kosovara
17 dic 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Il traguardo è in vista, anche perché il vertice dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione Europea del 14 dicembre si è concluso con il successo pressoché completo del partito favorevole ai kosovari albanesi, come prova la circostanza che a Lisbona sia stato approvato l'invio nella Provincia secessionista di una missione di 1.800 tra poliziotti, magistrati e funzionari pubblici targati Ue. Britannici, francesi e tedeschi sono venuti facilmente a capo delle resistenze opposte da Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro, che potranno individualmente non riconoscere il nuovo Stato balcanico, ma non ostacolarne la nascita. Anche l'Italia è ormai entrata a pieno titolo nel partito degli Stati filo-albanesi, a dispetto dei suoi legami storici con la Serbia e dei rapporti d'alto profilo recentemente stabiliti con la Russia.

Già prevista nell'ambito del Piano Ahtisaari, la missione autorizzata dal Consiglio Europeo dovrebbe subentrare alla Unmik subito dopo Natale e preparare il Kosovo a gestire la propria piena sovranità, garantendo al contempo i diritti delle minoranze presenti sul suo territorio insieme alle truppe della Nato, attualmente pari a poco meno di 17mila uomini e presto sotto il comando di un ufficiale italiano. Secondo coloro che l'hanno promosso, il nuovo intervento europeo sarebbe pienamente coperto dalla vecchia Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma sul punto non c'è unanimità, posto che serbi e russi ritengono invece illegittima una sostituzione dell'Unmik senza che intervenga una nuova Risoluzione autorizzativa da parte del Palazzo di Vetro.

Sarà interessante osservare con attenzione gli sviluppi che seguiranno all'effettivo dispiegamento di questa missione. Il Ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic, si è personalmente recato la scorsa settimana nella Provincia separatista per aprire un ufficio del Governo di Belgrado nella zona a Nord del fiume Ibar, dove si concentra il grosso della minoranza serbo-kosovara, a marcare con un segno visibile la propria volontà di riaffermare la sovranità sui territori contesi. Molti analisti ritengono che stiano entrando in quelle stesse zone anche parecchi paramilitari serbi, che avrebbero il compito di organizzare incidenti e provocazioni non appena le autorità di Pristina facessero passi nella direzione della proclamazione d'indipendenza e, magari, preparare il terreno ad una mini-secessione del Kosovo settentrionale dall'eventuale nuovo Stato kosovaro. Nessuno ritiene, invece, che possa esser fatto alcunché per le minoranze serbe che vivono isolate in alcune zone del Kosovo centrale e meridionale, in prossimità dei monasteri, delle quali all'atto della proclamazione di indipendenza sembra oggi molto facile prevedere l'esodo verso Nord o l'esilio.

A dispetto dell'oggettiva pericolosità dello scacchiere balcanico, pochi credono al momento che la nascita dello Stato kosovaro possa provocare un conflitto di proporzioni significative. Negli Stati Uniti ed all'interno dell'Alleanza Atlantica si fa sfoggio di un grande ottimismo rispetto agli esiti di questo passaggio, così come si verifica anche tra i russi, i quali comunque vada in Kosovo riaffermeranno la loro influenza sulla Serbia e potranno tentare di correggere i confini della Georgia e della Moldavia in modo confacente ai loro interessi.
 
Usa parte la lunga corsa per la Casa Bianca
17 dic 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Nel corso del periodo natalizio, entrerà finalmente nel vivo anche la lunga stagione elettorale americana, che culminerà agli inizi di novembre con il voto che determinerà chi subentrerà il 20 gennaio 2009 a George W. Bush alla Casa Bianca. Normalmente, le primarie con le quali i due maggiori partiti selezionano i loro candidati iniziavano intorno al principio di marzo, con il voto di alcuni Stati tradizionalmente considerati minori. Tuttavia, durante le ultime campagne presidenziali i risultati delle prime votazioni hanno condizionato pesantemente l'esito delle nominations, di fatto privando del loro peso gli Stati di maggior calibro che abitualmente sceglievano i due sfidanti finali. Di qui una corsa agli anticipi delle date, che è stata vinta dall'Iowa, lo Stato che per pochi voti consegnò tre anni fa la Casa Bianca ai repubblicani, facendo sfumare i sogni di John Kerry, ed i cui elettori si pronunceranno il prossimo 3 gennaio.

Occorre ricordare come i singoli Stati si esprimano in modo differente. In Iowa, ad esempio, non si svolgono vere e proprie elezioni, ma si celebrano "caucus", dove i sostenitori dei diversi candidati si dividono informalmente in gruppi ed il gruppo che appare visibilmente più largo si aggiudica il diritto d'indicare il proprio favorito. Caucus si terranno, ma solo tra i repubblicani, anche in Wyoming il 5 gennaio. L'8 ed il 15 gennaio sarà la volta del New Hampshire e del Michigan, dove avranno invece luogo primarie. Non è escluso che i giochi possano essere fatti addirittura il 5 febbraio, giorno in cui si esprimeranno ben 21 Stati.

In campo democratico, la corsa alla nomination è apparentemente a due, con Hillary Clinton e Barack Obama in netto vantaggio nei sondaggi finora condotti. Il terzo incomodo, John Edwards, arranca infatti alle loro spalle con un sensibile distacco. Va sottolineato che la Clinton non è particolarmente forte nell'Iowa, Stato al quale ha dedicato poche risorse e nel quale neppure suo marito fece mai campagna nel 1992 e nel 1996. Obama potrebbe quindi ottenervi una sorprendente affermazione, che imprimerebbe un'accelerazione significativa alla sua campagna. Si tratta evidentemente di una prima, cruciale, prova di forza, che molto potrà dire sulle speranze dell'una e dell'altro di aggiudicarsi la candidatura democratica alla Casa Bianca. Anche qualora riportasse un risultato insoddisfacente, la Clinton avrà peraltro una possibilità di rivincita immediata nel New Hampshire, Stato nel quale è unanimemente giudicata favorita e sul quale ha fatto cospicui investimenti di denaro e di tempo.

Nel corso delle primarie che si terranno in gennaio e febbraio, sarà ovviamente interessante osservare la distribuzione complessiva dei voti, in quanto suscettibile di condizionare il processo di formazione del ticket che sfiderà i repubblicani a novembre. I primi due candidati potrebbero ad esempio essere indotti ad allearsi per rafforzare le chance di vittoria del proprio partito. Ma decisivo potrebbe rivelarsi un terzo che riportasse una percentuale critica di "grandi elettori". E sull'intero processo in corso in casa democratica continua a pesare l'incognita Al Gore, posto che in caso di eventuale stallo alla Convention non si esclude che i maggiori candidati di oggi possano essere costretti a fare un passo indietro in favore del Premio Nobel.

Tra i repubblicani, invece, chi ha maggiormente da perdere è senza dubbio Rudolph Giuliani, il front runner che i sondaggi pongono ancora al primo posto su scala nazionale, ma non in Iowa, ed il cui vantaggio si starebbe rapidamente erodendo. La corsa per la Casa Bianca è in effetti piena di insidie per l'ex sindaco di New York, contro il quale milita tutta una serie di fattori negativi: dalla turbolenta vita sentimentale al cancro per il quale venne operato alla prostata alcuni anni or sono, passando per le opinioni liberal espresse in materia di aborto, invise alla destra religiosa repubblicana, senza considerare il fatto che Giuliani è il candidato dall'immagine più senile e meno curata, fattore che presso il pubblico americano ha il suo peso.

Per gli altri candidati repubblicani, il problema è quello di riuscire ad uscire dal cono d'ombra dell'ingombrante personalità di Giuliani. Alcuni hanno già dato prova di poterci riuscire. In Iowa, ad esempio, l'ex Governatore dell'Arkansas, Mike Huckabee, è addirittura favorito, mentre l'ex Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, mormone, lo è nel New Hampshire. Una prestazione scadente in Iowa sarebbe certamente letale per le ambizioni di Fred Thompson, già senatore del Tennessee, che non è riuscito finora ad emergere in alcuno dei dibattiti svoltisi finora, e dello stesso John McCain, pressoché già quasi eliminato dalla contesa.

Interessante anche l'evolversi dei temi sull'agenda. Mano a mano che la situazione sul terreno migliora, l'Iraq è infatti utilizzato sempre meno dai candidati per connotare la propria posizione ed accrescere le proprie possibilità di vittoria. Di contro, specialmente in campo repubblicano, sta crescendo l'importanza del tema dell'immigrazione. Negli Stati Uniti, risiedono attualmente non meno di 12 milioni di clandestini, un numero che aumenta di mezzo milione di unità all'anno. Molti elettori chiedono per la prima volta ai loro candidati posizioni più energiche sotto questo profilo, avvertendo un senso di crescente inquietudine per le prospettive di sopravvivenza dei "tradizionali valori americani" e del benessere nazionale: un fatto che dovrebbe colpire tanto di più noi europei in quanto sta affiorando nella società di uno Stato pressoché interamente costituito da popolazione originarie di un vasto numero di Paesi.