Rubrica
05.11.2007 - 00:00
Analisi
 
Attori e dinamiche della crisi turco-curdo-irachena
5 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Accanto ad una lettura che riconduce la tentazione di Ankara d'intervenire militarmente nel Kurdistan iracheno alla riemersione della vecchia geopolitica imperiale di Istanbul, stanno affiorando nuove interpretazioni di quanto accade che meritano di essere prese in considerazione. Un primo aspetto concerne il lato curdo e si focalizza sull'analisi della strategia attualmente adottata dai guerriglieri del Pkk. Ideologicamente, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan è un relitto della Guerra Fredda. Tuttavia, un po' come è accaduto alla componente comunista della Resistenza italiana, sfruttando la sua indubbia forza militare il Pkk è diventato di fatto l'espressione politicamente più solida e rappresentativa dei curdi anatolici che vogliono sottrarsi alla sovranità turca. E' una formazione alla quale i militari turchi debbono l'uccisione di migliaia di loro uomini.

Da qualche tempo, con la sicura complicità di parte del sistema politico locale, alcuni elementi del Pkk hanno preso ad utilizzare il Kurdistan iracheno come "stage area": cioè come rifugio protetto per sfuggire alle rappresaglie turche, riorganizzarsi, riequipaggiarsi e pianificare aggressioni. Quasi nessuno tuttavia si è chiesto perché il Pkk abbia intensificato le proprie attività proprio nel momento in cui le autorità del Kurdistan iracheno hanno la maggior necessità di consolidare le proprie ambizioni su Kirkuk e nell'ambito del negoziato sul futuro assetto istituzionale dell'Iraq. Secondo alcuni osservatori, in effetti, il Pkk avrebbe deciso di provocare un intervento turco nel Kurdistan iracheno nell'intento di internazionalizzare il problema curdo e di evitare così la possibile separazione dei destini delle comunità curde al di qua ed al di là della frontiera turco-irachena. L'ipotesi è apertamente sostenuta in Italia da Carlo Jean, che sottolinea come i curdi siano divisi tra loro in raggruppamenti etnici tutt'altro che omogenei e si trovino spesso in lotta tra loro. La tesi non è priva di un suo fascino ed ha trovato un suo recente riscontro nella circostanza che il presidente dell'autonomia curda irachena, Massoud Balzani, ed il presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, abbiano assunto un atteggiamento diverso nei confronti della crisi scoppiata con Ankara. La differenziazione tra i due maggiori esponenti politici della comunità curda irachena sarebbe stata colta anche dal premier turco, Recep Tayyp Erdogan, che starebbe cercando di approfittarne per scavare un solco profondo tra i due.

Ci sono impressionanti similitudini con la vicenda kosovara del 1999. Come fece l'allora presidente albanese Sali Berisha nei confronti dell'Uck, infatti, Barzani starebbe adesso sostenendo le ragioni del Pkk, mentre Talabani avrebbe adottato una posizione più moderata, esattamente come fece l'allora premier albanese Fatos Nano. E' quindi ben possibile che intorno alla delicata vicenda si stia sviluppando un confronto tutto interno al mondo curdo, che verterebbe sia sulle strategie per pervenire alla costituzione di uno Stato sovrano nel Kurdistan iracheno, o al contrario sabotarla, sia sul carattere che dovrebbe eventualmente avere la sua futura politica estera.

Anche dal lato turco sarebbe in atto una complessa partita. Nel lungo periodo, il rinnovato interesse di Ankara per il Medio Oriente e quanto accade nella Terra dei Due Fiumi risponde certamente ad un processo di restaurazione della vecchia geopolitica ottomana. Si tratta infatti di una tendenza di lungo periodo, che è affiorata in Turchia sin dalla caduta del Muro di Berlino, rendendo nuovamente possibile la proiezione di un'influenza turca nei Balcani, nel Mar Nero e nel Caucaso meridionale, oltre che nelle regioni mediorientali un tempo appartenute al Sultano. Sotto questo profilo, quindi, probabilmente non siamo ancora in presenza di una vera rottura dettata dai nuovi equilibri politici interni alla Turchia. Va invece rilevato come, nel contesto della crisi in atto, il Primo Ministro Erdogan ed il suo partito islamico Akp si siano trovati per la prima volta in perfetta sintonia con le Forze Armate, che reclamano da tempo energiche iniziative per soffocare la guerriglia curda in Anatolia ed oltre. E' logico che Erdogan ne approfitti. Non è quindi possibile escludere che il rigore dimostrato dal Governo di Ankara verso Baghdad, Washington e le autorità del Kurdistan iracheno sia funzionale all'obiettivo di Erdogan di conquistarsi la simpatia dell'Esercito, ammorbidendone la resistenza all'inevitabile processo di reislamizzazione della società e del sistema politico turco, di cui le vittorie elettorali dell'Akp sono sia il sintomo che un fattore di accelerazione. Se le cose stessero così, un'eventuale invasione turca del Kurdistan iracheno potrebbe anche paradossalmente sancire una nuova alleanza tra gli islamisti al potere ed i militari turchi, riducendo drasticamente le possibilità di questi ultimi di opporsi alla graduale uscita di Ankara dall'alveo della Nato. Una prospettiva preoccupante, che naturalmente inquieta sia gli Stati Uniti che Israele.
 
Afghanistan: continua il deterioramento della situazione politico-militare
5 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - La situazione politico-militare in Afghanistan non accenna a migliorare. Anzi, alcuni elementi nuovi permettono di concludere che la correlazione delle forze stia gradualmente ma inesorabilmente spostandosi in senso ostile all'Alleanza Atlantica.

Sul terreno, la novità principale è che le operazioni offensive dei talebani e dei loro alleati qaedisti stanno continuando. Questa settimana, per la prima volta dal 2001, i guerriglieri si sono avvicinati a Kandahar da Nord, approfittando della recente scomparsa (per cause naturali) di un potente signore della guerra locale, il mullah Naqibullah, che simpatizzava per il presidente Hamid Karzai. Per noi italiani, invece, costituisce motivo di preoccupazione soprattutto l'occupazione del distretto di Gulistan da parte dei nostalgici del deposto regime. Si tratta infatti di una zona che fa parte della Provincia di Farah e si trova quindi all'interno della Regione Occidentale, sulla quale è competente il generale italiano Fausto Macor. A quanto è dato sapere, a contrastare l'offensiva talebana, oltre alle locali forze di sicurezza e ai duecento soldati americani appartenenti al Provincial Reconstruction Team di Farah, sono soprattutto gli elementi della Task Force 45, nella quale militano uomini del Comsubin e del Col Moschin, assistiti dai nostri Predator e dagli elicotteri da combattimento A 129 Mangusta. Il rischio di incorrere in perdite è quindi in aumento.

Fatti nuovi, peraltro, si sono verificati anche al più elevato livello politico. Alcuni alleati mugugnano, perché stanno sostenendo una pressione militare fenomenale e fanno fatica a giustificare la propria permanenza in Afghanistan di fronte all'opinione pubblica. Gli olandesi, che combattono proprio nei pressi di Kandahar, hanno lasciato intendere di prepararsi al ritiro, mentre il Governo di Ottawa fronteggia la fronda di coloro che desiderano veder tornare i soldati canadesi a casa ben prima del 2011 ventilato dall'attuale premier Stephen Harper. Alla Nato hanno fiutato il pericolo. E' per questo motivo che in occasione del recente vertice dei Ministri della Difesa svoltosi il 24 ottobre a Noordwijk, in Olanda, il Segretario generale Jaap de Hoop Scheffer ha prospettato l'ipotesi di istituzionalizzare un meccanismo di rotazione tra le truppe rischierate in Afghanistan tale da permettere l'avvicendamento periodico dei contingenti impegnati nelle turbolente province meridionali ed orientali.

Come era lecito attendersi, la risposta degli alleati non è stata propriamente entusiastica. I francesi hanno promesso l'invio nel Sud di propri istruttori militari – in realtà uomini delle loro forze speciali. Ma questa è stata l'unica reazione favorevole. I tedeschi non hanno acconsentito. E noi italiani, questa volta a ragione, abbiamo obiettato di essere ormai direttamente coinvolti nelle azioni di combattimento, per effetto della penetrazione talebana a Farah e nei dintorni di Kabul. Se arriveranno, i rinforzi all'Isaf giungeranno quindi dai soliti noti: gli americani, che potrebbero destinare al teatro afgano tutti i Marines attualmente impegnati in Iraq, qualora abbia successo il tentativo del comandante militare alleato nel paese, David Petraeus, ed ovviamente gli inglesi, che sono in uscita da Bassora. Si tratta di un segnale di indubbia debolezza che, se colto, rafforzerà senza dubbio la determinazione di coloro che si oppongono al successo dell'intervento di stabilizzazione in atto in Afghanistan.

Occorre altresì sottolineare che l'impegno militare italiano è stato oggetto di una serie di colloqui del nostro ministro della Difesa a Washington. Nella capitale americana, Arturo Parisi ha incontrato sia il segretario alla Difesa, Robert Gates, che il consigliere per la sicurezza nazionale, Stephen Hadley. E, stando alle indiscrezioni trapelate, avrebbe promesso un significativo incremento "quantitativo e qualitativo" del nostro contingente in Afghanistan. In particolare, il ministro avrebbe confermato la volontà dell'Italia di assumere a dicembre e tenere per i primi otto mesi del 2008 il delicato comando della regione di Kabul, cosa che implicherà molto verosimilmente l'esposizione in prima linea dei nostri militari quando, la prossima primavera, i talebani avvieranno la loro abituale offensiva stagionale. I soldati italiani terranno un contegno più aggressivo anche a Farah, ma a patto che il Pentagono non dia eccessiva pubblicità al nostro impegno in combattimento. Si osserverà quindi un'accentuazione di tendenze che sono in atto già da diversi mesi.

Per inciso, gli incontri di Washington sono serviti altresì a confermare l'attribuzione all'Italia del comando della Kfor il prossimo anno: compito che si preannuncia tutt'altro che facile, specialmente qualora non si pervenisse in tempi brevi ad una soluzione pacifica e condivisa sullo status della regione separatista serba.
 
Pakistan: sale la pressione sull'asse Bhutto-Musharraf
5 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - La vicenda politica pakistana ha purtroppo continuato ad essere contrassegnata da un'elevata instabilità. Dopo il gravissimo attentato costato la vita a circa 140 collaboratori e simpatizzanti di Benazir Bhutto, negli scorsi giorni i militanti jihadisti hanno colpito Rawalpindi, città che ospita il Quartier Generale dell'Esercito Pakistano. In realtà, l'esplosione che ha provocato la morte di nove persone è avvenuta ad un paio di chilometri da dove si trovava il presidente Pervez Musharraf, ma il segnale è inequivocabile: la pressione degli elementi più radicali sulla Bhutto e su Musharraf è in aumento e li sta già ponendo sulla difensiva. L'ex primo ministro è stata infatti costretta a lasciare il Paese in attesa che le condizioni dell'ordine pubblico migliorino e si trova attualmente a Dubai.

Non contribuiscono alla stabilizzazione neanche le pressioni esercitate dai sauditi e dalla Corte Suprema pachistana per permettere il rientro di Nawaz Sharif – l' ex premier destituito da Musharraf nel 1999 – che è stato respinto alla frontiera aeroportuale lo scorso mese di settembre dopo un primo tentativo di rimpatrio. Sharif è di per sé un elemento pericoloso, dal momento che fa spesso appello alla mobilitazione dell'elemento religioso pachistano, ma ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare è la sua volontà di agire con il supporto della Corte Suprema, diretta da Iftikhar Chaudhry, per sabotare l'accordo tra la Bhutto e Musharraf, che è invece sostenuto da Washington. La situazione, quindi, si sta facendo incandescente. E l'accentuazione del terrorismo interno ne è una riprova: nei primi dieci mesi del 2007 le vittime sono state oltre duemila, contro le circa 1.400 dello scorso anno e le meno di 500 del 2005.

Giova ricordare che le ripercussioni di una crisi politica in Pakistan non sarebbero trascurabili. Islamabad svolge infatti un ruolo cruciale nella campagna contro il terrorismo internazionale, anche se nemmeno il Presidente Musharraf è riuscito a riportare la legalità nelle zone tribali (Fata, Federally Administered Tribal Areas) e nei due Waziristan. Inoltre, possiede un proprio deterrente nucleare.
 
Iraq: la situazione continua a migliorare
5 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Le cose paiono andare per un verso finalmente promettente in Iraq. Intensità e frequenza degli attacchi diretti contro le forze armate occidentali ed i civili continuano infatti a diminuire. Il numero dei caduti americani ad ottobre si è fermato a quota 37, contro i 65 di settembre e gli 84 di agosto. Si tratta della cifra più bassa da due anni a questa parte. Nell'anno compreso tra il settembre 2006 e quello successivo, inoltre, le vittime tra i civili iracheni si sono dimezzate. Interessanti sono anche gli sviluppi politici, seppure la posizione del premier Nouri al Maliki sia tuttora debole. Colloqui ed intese tra i principali capi-fazione stanno infatti riducendo le sorgenti d'instabilità a pochissimi raggruppamenti oltranzisti sciiti.

Il 17 ottobre scorso, un importante documento "per la riconciliazione tra i musulmani" è stato sottoscritto dai leader sciiti e sunniti del quadrante sud-occidentale di Baghdad per ridurre le violenze settarie e gli attacchi ai soldati della coalizione. I seguaci della potente famiglia Hakim trattano inoltre con controparti sunnite la ricomposizione degli equilibri politici nazionali. Il cosiddetto approccio bottom-up, basato sull'espansione progressiva delle singole aree stabilizzate, "a macchia d'olio", sembra funzionare. Di fatto, il fronte antagonista sembra attualmente essersi ridotto ai sadristi ed ai movimenti di diretta emanazione iraniana, anche se talvolta negoziano anche elementi appartenenti all'Esercito del Mahdi o ad esso in qualche modo collegati.

Non è da escludere che un impatto positivo sulla vicenda politica irachena lo stia paradossalmente esercitando anche la minaccia turca nei confronti del Kurdistan, posto che nessuna grande articolazione della società irachena vede di buon occhio un intervento militare straniero che interesserebbe una delle regioni più importanti dell'Iraq dal punto di vista della produzione petrolifera.

Gli effetti politici della tendenza positiva in atto si avvertono sempre più nitidamente anche a Washington, dove il partito del ritiro dalla Mesopotamia s'indebolisce giorno dopo giorno. Non è un caso che la candidatura di Barack Obama alla Casa Bianca sia quella in maggiore sofferenza, dopo i cospicui investimenti mediatici fatti nella valorizzazione della sua opposizione all'invasione dell'Iraq.