Rubrica
22.10.2007 - 00:00
Analisi
 
Partita finale in Pakistan?
22 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - La recente conferma di Pervez Musharraf alla presidenza della Repubblica pachistana, seppure tuttora sub judice, è stata resa possibile da un accordo con Benazir Bhutto, che ha scambiato il suo via libera al generale con la fine dell'esilio. Si dice che l'intesa tra la Bhutto e Musharraf piaccia molto a Washington ed è logico che sia così. Perché, in effetti, l'alleanza contingente tra il presidente e l'ex primo ministro è oggettivamente un tentativo di rafforzare il centro moderato pachistano, che deve fronteggiare la pressione montante degli islamisti radicali.

E' tuttavia tutt'altro che certo che l'accordo tenga e soprattutto riesca a garantire la sopravvivenza politica di Musharraf. L'attuale presidente ha mostrato tutto il suo disprezzo per Benazir nella propria autobiografia, In the line of fire, attribuendo alla famiglia Bhutto parte significativa delle responsabilità per il declino economico del Pakistan e la crescita dell'influenza politica degli islamisti. Qualche anno fa, inoltre, Musharraf fece approvare un emendamento alla Costituzione per escludere la possibilità che una qualsiasi figura politica pachistana potesse assumere per più di due volte la guida del governo, senza far mistero di aver pensato proprio alla Bhutto ed al suo irriducibile avversario Newaz Sharif, che tra l'altro ha tentato anche lui poche settimane fa, senza fortuna, di far improvvisamente ritorno ad Islamabad.

E' difficile che Benazir non cerchi adesso la rivincita, anche se per facilitare il compromesso con Musharraf la Bhutto sembra aver accantonato gli accenti più socialisteggianti del programma storico del suo Partito Popolare, preferendo accentuare nella sua comunicazione l'evocazione di temi kemalisti cari all'attuale presidente pachistano, come l'impegno nella lotta alla talebanizzazione delle zone tribali e nella promozione della condizione femminile.

I jihadisti hanno promesso battaglia prima ancora che Benazir mettesse piede nel Paese. Non stupisce pertanto la circostanza che i festeggiamenti per la fine dell'esilio siano coincisi con uno dei più gravi attentati mai verificatisi in Pakistan, che ha fatto quasi 140 morti ed oltre 550 feriti a Karachi. Può darsi che le esplosioni della scorsa settimana consolidino adesso la fragile ed opportunistica intesa tra la Bhutto e Musharraf, avendo evidenziato la loro esposizione al comune pericolo, malgrado le reazioni a caldo dell'entourage di Benazir sembrino andare in un'altra direzione. In ogni caso l'unione di due debolezze raramente crea una forza.

La domanda che occorre a questo punto porsi è quanto il rientro della Bhutto possa contribuire al rafforzamento del potere laico di Islamabad e cosa ci si possa aspettare nell'immediato futuro. La sensazione è che la posizione di Musharraf sia sempre più precaria e che il ritorno della Bhutto al potere difficilmente basterà a rafforzare il governo pachistano rispetto ai suoi agguerriti nemici.

Si va quindi verosimilmente verso la partita finale. Le Forze Armate dovrebbero continuare a sostenere il Presidente almeno fintantoché Musharraf conserverà la posizione di capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Ma nessuno sa veramente cosa stia succedendo all'interno dei potenti servizi segreti d'Islamabad, di quali complicità dispongano gli islamisti più radicali nell'apparato statale del Pakistan e di che margine di manovra possa valersi l'altro grande esule, Newaz Sharif, che venne deposto da Musharraf proprio mentre si accingeva a farsi incoronare "guida dei fedeli": un titolo significativamente prescelto per sé anche dal famigerato Mullah Omar in Afghanistan.
 
Investita in armi anziché infrastrutture la "bonanza" energetica russa
22 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Insieme al sanguinoso rientro della Bhutto in Pakistan, l'altro grande elemento di novità proposto dall'attualità internazionale è certamente rappresentato dall'annuncio con il quale, il 18 ottobre, il presidente russo Vladimir Putin ha reso noto di aver avviato un massiccio piano di riarmo, nel quale la Federazione Russa investirà qualcosa come 185 miliardi di dollari nei prossimi sette anni. Si tratta di una cifra notevole, sia in termini assoluti che in rapporto alle capacità economiche della Russia. L'impressione che se ne ricava è che il Cremlino abbia deciso d'investire in armi il grosso della rendita petrolifera e gasifera accumulata in questi anni di alti prezzi dell'energia. Forse, Putin è stato incoraggiato ad assumere la decisione dai più recenti rincari, che hanno portato il greggio a sfondare la soglia dei 90 dollari al barile. Ma non è da escludere che il presidente si sia risolto alla scommessa per rafforzare una delle pedine migliori di cui la Federazione disponga sullo scacchiere internazionale. Una nuova generazione di armi nucleari, missili e sottomarini, infatti, potrebbe permettere a Mosca di riproporsi come grande potenza, accrescendo il suo potere contrattuale con gli Stati Uniti, al tempo stesso dotando la Russia di una formidabile polizza di assicurazione anche nei confronti della crescente assertività cinese.

Proprio in quanto più sicura militarmente nei confronti di una Repubblica Popolare con la quale Mosca non può competere né demograficamente né economicamente, la Russia potrebbe in effetti rendere più credibile l'idea di allestire un blocco eurasiatico antagonista, che avrebbe il suo contenitore istituzionale nell'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, alla quale si mostra sempre più interessata anche l'India. E se la svolta eurasista della geopolitica russa diventasse più verosimile, anche gli Stati Uniti sarebbero costretti a tenerne conto. Si tratta di un disegno ambizioso. D'altra parte, i sacrifici che Putin si accinge ad ordinare al suo Paese non sono indifferenti, giacché il riarmo può essere realizzato ai ritmi prospettati dal presidente solo al prezzo di differire a tempo indeterminato la modernizzazione della Federazione Russa. Che aspetta da quasi trenta anni nuovi interventi nelle grandi infrastrutture strategiche di cui l'economia ha bisogno per far decollare il settore privato.
 
Showdown turco-americano per il Kurdistan
22 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - A complicare un quadro già teso sta contribuendo anche il visibile deterioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Turchia, in seguito alle minacce di Ankara d'invadere con un corpo di spedizione da 60 mila uomini il Kurdistan iracheno. Il Parlamento turco ha conferito al governo i poteri di cui necessita per deliberare l'attacco e corre voce che la decisione finale al riguardo possa essere presa già durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale turco, convocata per il prossimo 24 ottobre. Sarebbero in corso febbrili trattative. A Baghdad la minaccia è presa molto sul serio, come prova la circostanza che il premier Nouri Al Maliki abbia chiesto ai dirigenti del Pkk riparati nel Kurdistan iracheno di abbandonare il Paese. Ma il negoziato vero riguarda l'America. I turchi vorrebbero ottenere, attraverso gli Stati Uniti, la consegna di alcuni uomini del Pkk, che considerano particolarmente pericolosi e dei quali ritengono che gli americani conoscano i nascondigli in Iraq.

E' altamente probabile che si tratti di un test. Se Ankara riuscisse ad aver partita vinta in questa circostanza, infatti, verrebbe definitivamente sancito il rientro della Turchia in Medio Oriente. Conquistandosi con la forza il diritto di dire la loro sul riassetto dell'Iraq, i turchi stroncherebbero le ambizioni coltivate dai curdi nei confronti di Kirkuk e dei suoi giacimenti petroliferi, allontanando la prospettiva di una loro indipendenza. Ma vi sarebbero conseguenze geopolitiche di portata persino superiore, poiché si diffonderebbe ulteriormente l'impressione di un ritorno di Ankara alla tradizione imperiale ottomana e di uno sganciamento della Turchia dall'Occidente euro-atlantico.

La posta in gioco è alta. E' significativo che le autorità turche si siano mostrate pronte anche a discutere l'utilizzo da parte delle Forze Armate americane della base di Incirlik, per decenni il presidio più avanzato della Nato verso Siria, Iraq ed Iran.
 
La debolezza dell'Italia in Europa
22 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Merita di essere segnalato il nuovo elemento di crisi affiorato nella politica europea dell'Italia, in seguito al voto con il quale l'Europarlamento ha deciso la riduzione del numero di seggi spettanti all'Italia nell'emiciclo di Strasburgo, portandolo al di sotto di quello garantito alle rappresentanze di Francia e Gran Bretagna. I parlamentari europei hanno nella circostanza fatto valere il criterio demografico del numero dei residenti, in qualche modo premiando gli apporti garantiti ai maggiori Paesi dell'Unione dalle vaste comunità immigrate.

Anche se a Lisbona il vertice dei capi di Stato e di governo degli Stati membri dell'Ue ha parzialmente corretto le indicazioni provenienti dall'Europarlamento, ripristinando la parità tra l'Italia e la Gran Bretagna ma confermando il declassamento rispetto alla Francia, non vi è dubbio che da tutta la vicenda vada tratto soprattutto un insegnamento: in Europa, la posizione dell'Italia è più debole che mai, a dispetto dei costosi sacrifici imposti lo scorso autunno dal governo Prodi al Paese per facilitarne il reinserimento nel cosiddetto "vagone di testa" del processo d'integrazione.

Palazzo Chigi e la Farnesina paiono averne preso atto. Si spiegano anche così l'evidente riavvicinamento di Roma agli Stati Uniti, le polemiche delle ultime settimane tra il premier, Romano Prodi, ed il Commissario europeo all'Economia, Joaquín Almunia, semplicemente impensabili un anno fa, e soprattutto l'energica azione di difesa degli interessi nazionali italiani intrapresa in Portogallo, che tanto ha ricordato quella svolta in un'altra stagione politica da Silvio Berlusconi contro la decisione di assegnare alla Finlandia l'Agenzia europea per l'alimentazione.

Dopo un decennio di scossoni, sta forse finalmente e faticosamente emergendo una politica estera italiana effettivamente bipartisan, improntata al realismo e più decisa nel perseguire gli interessi del Paese. Forse non è un caso che tanto il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, quanto il suo predecessore, Gianfranco Fini, abbiano iniziato ad ascoltare pareri in materia di politica internazionale senza guardare al colore politico di chi li esprime.