Rubrica
20.01.2017 - 10:45
   
Padoan, l'Italia e i rischi dell'euroscetticismo
New York, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Il rischio politico rappresentato dall'ascesa dei movimenti populisti ed euroscettici nell'Unione Europea è al centro delle interviste concesse al "Wall Street Journal" e a "Bloomberg" dal ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan, a Davos per l'annuale forum economico. Il ministro ricorda che quest'anno diversi paesi dell'Unione dovranno affrontare importanti appuntamenti elettorali. Proprio per questa ragione, sottolinea Padoan, in quei paesi "non ci saranno mutamenti immediati e sostanziali di indirizzo politico"; e mentre l'economia europea continuerà la sua attuale traiettoria di modesta crescita, la delusione e la sfiducia causate proprio dall'assenza di risposte politiche convincenti continueranno ad alimentare il consenso delle forze populiste europee. L'Europa, avverte Padoan, "ha bisogno di una strategia più audace per stimolare la crescita e l'occupazione". E dovrà fare i conti con le possibili ripercussioni di una Brexit "disordinata" sull'economia continentale. Esiste dunque "il rischio" di un rafforzamento dei movimenti euroscettici e addirittura, in alcuni casi, di una loro ascesa al governo, "con conseguenze imprevedibili in termini di reazioni politiche, inclusi possibili referendum per lasciare l'Unione". Quanto all'Italia, e in particolare al Movimento 5 stelle, Padoan premette che è difficile individuare con nettezza i capisaldi delle politiche di quel partito, ma progetti come quello del reddito di cittadinanza "paiono dimostrare che (gli esponenti del M5s) non abbiano idea di cosa significhi la politica economica in un'economia avanzata". Entrambe le interviste affrontano il tema della crisi bancaria in Italia: lo stato del settore bancario italiano, commenta Padoan, "sta migliorando. Ci sono alcuni casi critici che sono stati affrontati": Padoan cita, oltre all'intervento pubblico a sostegno di Monte dei Paschi, l'importante piano di consolidamento varato da UniCredit e l'acquisizione da parte di Ubi delle "tre piccole banche in crisi". I problemi del settore bancario italiano, dunque, vengono affrontati dal governo "caso per caso". Resta il problema dell'eccesso di crediti non performanti nei bilanci degli istituti di credito, ma il governo è fiducioso che "con la ripresa e il consolidamento della crescita economica, i bilanci delle banche verranno ripuliti tramite operazioni di mercato e il sistema bancario italiano tornerà a una condizione operativa ordinaria".
  
Germania, polemiche tra governo e opposizioni sul sostegno allo sviluppo della Tunisia
Berlino, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - L’esperta del Nord Africa del gruppo dei Verdi presso il Bundestag, Franziska Brantner, ritiene che le minacce da parte dei ministri Sigmar Gabriel (Economia) e Heiko Maas (Giustizia, entrambi Spd) di privare la Tunisia dell'assistenza finanziaria e tecnica nel caso rifiuti di cooperare al rimpatrio forzato di quanti siano ritenuti essere cittadini tunisini pericolosi, siano un grande errore. “Gabriel e Maas sono poco realisti e irresponsabili quando chiedono una riduzione o addirittura l’eliminazione dei fondi per lo sviluppo”, ha dichiarato alla “Sueddeutsche Zeitung”. La politica tedesca ha sottolineato che la Tunisia è l’unico paese della regione dove la cosiddetta "primavera araba" ha portato una effettiva “speranza di sviluppo e democratizzazione”. Per questo motivo, ha detto Brantner, "occorre sostenere quel paese e non penalizzarlo". Il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, si è sempre espresso a favore del sostegno alla Tunisia, ma dopo l’attacco terroristico di metà dicembre a Berlino, perpetrato da un cittadino tunisino, sono giunte forti critiche da più parti della Germania e del Governo. Di qui il giro di vite richiesto da Gabriel e Maas, oltre che dal ministro dell’Interno Thomas de Maizière (Cdu). La Brantner ritiene che alla Tunisia e all'intero Sahel occorra un aiuto e un contributo alla stabilizzazione ancora maggiore non solo da parte della Germania, ma anche di altri paesi per stabilizzare la regione africana. Il monito dei Verdi si basa anche sui recenti allarmi di Tunisi per il peggioramento dela quadro della sicurezza e della stabilità nel paese. Al riguardo il portavoce del Governo tedesco, Steffen Seibert, ha riconosciuto che i paesi del Maghreb sono “in una situazione molto complicata” ed è nell’interesse della nazione tedesca continuare a sostenere il loro sviluppo.
  
Germania, troppo cara l’energia eolica offshore
Berlino, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Norbert Giese, da anni alla testa del comitato direttivo per l’energia eolica offshore dell’associazione Vdma, ha promosso a lungo i vantaggi delle turbine eoliche offshore. Ben 947 turbine eoliche offshore sul Mare del Nord e Baltico riforniscono di energia elettrica 3 milioni di famiglie. Gli ultimi dati presentati giovedì scorso da Giese sull’industria eolica offshore evidenziano che lo scorso anno le turbine per l’energia eolica marina hanno avuto un aumento di produzione energetica del 57 per cento su base annua, fino a 8,3 terawatt. Un grande successo, ma con un grande difetto: il prezzo. Mentre in Europa la tassazione connessa alla produzione di energia dall'eolico offshore cala, i consumatori tedeschi continuano a pagarne fino a tre volte di più. Un esempio: la svedese Vattenfall si è detta disponibile lo scorso autunno a costruire il parco eolico “Kriegers Flak”, in acque danesi, e fornire l'energia prodotta ad un prezzo di soli 4,99 centesimi di euro per kilowatt. In Germania, invece, gli operatori ricevono per i parchi eolici offshore un indennizzo garantito dallo Stato che arriva fino a 19,4 centesimi per chilowattora. A causa di questa enorme differenza Giese è fortemente criticato. In un recente comunicato congiunto Vdma, la Fondazione di energia eolica offshore e l’Associazione federale per l’energia eolica formulano una generica previsione secondo cui “anche in Germania abbia riduzioni di costi”, ma a condizioni ben precise: “Sono necessarie condizioni politiche affidabili e sostanziale espansione dei volumi per l’industria eolica offshore per conseguire ulteriori riduzioni dei costi in Germania”, si legge nella nota. In parole povere questo significa: non limitare la politica di costruzione di nuovi impianti offshore in Germania, come previsto dal 2021, ad una capacità annuale di 500 megawatt. “Quest’argomento del settore eolico offshore è quasi un ricatto”, ha criticato Manuel Frondel, esperto di energia presso l’Istituto della Renania-Vestfalia per la ricerca economica, rivolgendosi alla politica e all’industria. “Invece di costruire un numero incredibile di parchi eolici in mare, sarebbe più saggio investire nello sviluppo della tecnologia”, ha aggiunto. Secondo Niels Schnoor, esperto delle Federazione dei consumatori, l’argomento dell’industria secondo cui occorre costruire molti nuovi parchi eolici per ridurre i costi “non regge”. Quel che è certo per ora è che lo Stato tedesco sovvenzionerà l'energia prodotta dall'eolico offshore per i prossimi 20 anni. Gli operatori del settore eolico potranno scegliere tra un contributo di 19,4 centesimi per chilowattora per i primi otto anni, e di 3,9 centesimi per dodici anni (“modello di compressione”), o di 15,4 centesimi nei primi dodici anni e 3,9 centesimi per i restanti otto anni. Non importa quale modello l’operatore scelga: società come Dong, Eon ed EnBw sono soddisfatte perché riceveranno moltissimi soldi. “Occorre ridurre i contributi di questo periodo di transizione”, ha criticato Schnoor. In Germania i consumatori pagano annualmente 23 miliardi di euro per finanziare l’espansione delle energie rinnovabili: un onere enorme. Difficilmente, però, si potrà arrivare ai 4,99 centesimi della Danimarca, perché lì gli operatori non devono pagare il costo delle sottostazioni che convertono la corrente alternata delle turbine eoliche, oltre al fatto che la distanza dalla costa delle stesse è inferiore. “La transizione energetica avrà successo solo se avrà costi accessibili”, afferma l’economista Frondel.
  
Francia, le ombre di Macron e Mélenchon sulle incerte primarie socialiste
Parigi, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Come sarà la partecipazione? Chi vincerà? Ci sarà una mobilitazione per il resto della campagna presidenziale? Sono queste le principali questioni che tutta la stampa francese si pone pone all'indomani del terzo ed ultimo dibattito televisivo svoltosi ieri sera giovedì 19 gennaio tra i sette candidati alle primarie della Bella Alleanza Popolare, la coalizione del Partito socialista (Ps) e dei suoi alleati di governo, in vista delle elezioni presidenziali di aprile-maggio. Domenica 22, ricorda il quotidiano economico "Les Echos", si terrà il primo turno di queste primarie che inizialmente erano state concepite per sostenere la riconferma del presidente François Hollande e che dopo la sua rinuncia a causa del suo disastroso livello di popolarità sono state inghiottite in una "nebbia totale": e i tre successivi dibattiti televisivi, secondo "Les Echos", non l'hanno affatto dissipata. I sondaggi infatti non sono per niente generosi con i candidati socialisti. Quello meglio piazzato, l'ex primo ministro Manuel Valls, oggi raccoglie appena il 9-10 per cento delle intenzioni di voto dei francesi e si piazza addirittura quinto: dietro la leader del Front national (Fn) Marine Le Pen ed il candidato del centro-destra Francis Fillon; ma sopravanzato persino dal capofila dell'estrema sinistra Jean-Luc Mlenchon e soprattutto dall'ex ministro dell'Economia Emmanuel Macron. Quella che esce dal pallido dibattito di ieri sera, scrivono su "Les Echos" i commentatori Pierre-Alain Furbury e Gregoire Poussielgue, è l'immagine di un partito socialista assediato e sfiduciato. La vera questione che si pone dunque è una sola: se l'affluenza ai seggi delle primarie da parte degli eletori socialisti sarà deludente, il partito potrà mantenere il suo candidato fino al termine della campagna elettorale? Il primo segretario del Ps, Jean-Christophe Cambadélis, assicura che "il vincitore delle primarie non si ritirerà". Ma molti esponenti socialisti, soprattutto tra i deputati, a mezza bocca ammettono di seguire con interesse l'evoluzione della campagna di Macron, che proprio ieri ha tenuto una conferenza stampa per lanciare la costruzione di una maggioranza di centro-sinistra in grado di vincere le presidenziali a maggio. E c'è chi guarda alla figura di Mélenchon, che sempre ieri è andato in visita alle fabbriche di Florange per fare appello all'elettorato operaio deluso dal quinquennato socialista di Hollande.
  
Regno Unito, May avverte le imprese di condividere la ricchezza per non essere travolte dal populismo
Londra, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - La premier del Regno Unito, Theresa May, riferisce il quotidiano britannico "The Times", ha detto ai leader d'impresa riuniti nel Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, che devono pagare più tasse e meno stipendi d'oro ai manager se non vogliono essere travolti dall'ondata di populismo. La prima ministra si è espressa in modo critico, sostenendo che le multinazionali non possono più permettersi di "giocare secondo regole diverse da quelle che valgono per la gente comune". Ciò significa che devono versare la giusta quota di imposte, rispettare i diritti dei lavoratori e commerciare con correttezza con le aziende più piccole. Secondo la leader del Partito conservatore, se non si daranno risposte a questi problemi, le forze del liberalismo, del libero scambio e della globalizzazione saranno messe in discussione: "In Europa i partiti di estrema sinistra ed estrema destra stanno guadagnando consensi alimentando la sensazione profondamente diffusa in certe categorie – soprattutto quelle a basso reddito che vivono in paesi relativamente ricchi dell'Occidente – che queste forze non stiano lavorando a loro favore" e che i capitani d'impresa "da troppo tempo non comprendono le loro legittime preoccupazioni". May ha sottolineato che i governi non possono combattere da soli la battaglia contro il populismo e che le compagnie devono fare la loro parte per "distribuire i vantaggi" perché troppe persone si sentono "lasciate indietro": "Le imprese devono dimostrare che tutti giocano secondo le stesse regole. Ciò vuol dire che tutti devono pagare la giusta quota di tasse e riconoscere gli obblighi e i doveri verso i dipendenti e la catena di distribuzione", ha affermato. May, inoltre, ha ribadito, dopo il discorso sugli obiettivi negoziali, che l'uscita dall'Unione Europea non significa un rifiuto dell'Europa e che la Gran Bretagna punta a un ruolo globale.
  
Regno Unito, Martin McGuinnes lascia la politica per motivi di salute
Londra, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Martin McGuinnes, vice primo ministro uscente dell'Irlanda del Nord, riferisce il quotidiano britannico "The Guardian", lascia la politica a causa di una "grave malattia". Lo storico esponente dello Sinn Fein, che pochi giorni fa ha aperto la crisi nella nazione costitutiva dimettendosi dal governo di coalizione guidato dalla leader del Partito unionista democratico (Dup), Arlene Foster, per contrasti sulla gestione di uno scandalo legato alla spesa pubblica, non si presenterà alle elezioni anticipate per il rinnovo dell'assemblea parlamentare, in programma a marzo. Il politico ha spiegato di non essere fisicamente in grado di combattare la dura campagna elettorale delle prossime settimane. Non è entrato nei dettagli sui suoi problemi di salute, che gli hanno già impedito recentemente di partecipare a una missione commerciale in Cina. Secondo alcune fonti del giornale, soffre di amiloidosi, una patologia che interessa il cuore, i reni e altri organi vitali. McGuinnes, 66 anni, è stato capo di stato maggiore dell'organizzazione paramilitare Irish Republican Army (Ira) e ha svolto un ruolo centrale nel processo di pace e sulla scena politica nordirlandese per quasi trent'anni. Foster lo ha ringraziato per il suo contributo e gli augurato una pronta ripresa, pur rammaricandosi per la situazione di instabilità dovuta alla fine dell'esecutivo di coalizione. Il presidente dello Sinn Fein, Gerry Adams, ha reso omaggio all'amico e compagno di battaglie di una vita. Il segretario per l'Irlanda del Nord, James Brokenshire, ha espresso gratitudine a nome del governo di Theresa May per il suo lavoro, che ha concorso al raggiungimento di molti significativi accordi politici. A sua volta, McGuinnes si è congedato tra i ringraziamenti e la speranza di non abbandonare del tutto la politica e di continuare a lavorare per riconciliare le due tradizioni dell'unionismo e del nazionalismo: "Sono determinato a essere un ambasciatore di pace, unità e riconciliazione", ha dichiarato.
   
Usa, con l'insediamento di Trump irrompe il "vero cambiamento"
Washington, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti si preparano alla cerimonia che questa sera segnerà l'inizio della presidenza di Donald Trump, la 45 ma nella storia del paese. Il presidente eletto, scrive la "Washington Post", ha inaugurato i tre giorni di celebrazioni ieri, con un'immediata deviazione dal protocollo: ha infatti ringraziato pubblicamente il movimento populista che gli ha spalancato le porte della Casa Bianca: "Ci eravamo tutti stancati di assistere a quanto stava accadendo a Washington e volevamo un cambiamento, un cambiamento vero", ha detto Trump ieri sera, al termine di un concerto ai piedi del Lincoln Memorial cui hanno assistito migliaia di suoi sostenitori. "Lavoreremo assieme, e l'America tornerà ad essere grande. Anzi, lo sarà più di prima". Trump e la sua famiglia, scrive la "Washington Post" inaugurano una nuova era nella governance degli Stati Uniti, quantomeno sul fronte della scorrettezza politica. "Siamo di gran lunga il gabinetto con il Qi più alto mai assemblato", ha chiosato Trump di fronte ai sostenitori, con la stessa impertinenza che riserva ai suoi incessanti tweet. Comunicazione a parte, il nuovo comandante in capo degli Stati Uniti dovrà affrontare una lunga lista di crisi e nodi politici lasciatigli in eredità dal suo predecessore. Il più pressante fra tutti è forse la profondissima spaccatura ideologica e razziale che attraversa la società statunitense, e che è andata in scena anche ieri a Washington con gli scontri tra oppositori e sostenitori del presidente eletto. Trump, riconosce Dan Balz sulla "Washington Post", ha ragione quando afferma di non essere stato lui a causare le divisioni che gravano sul tessuto sociale del paese. Resta però da vedere se sarà in grado di sanarle, come si è impegnato a fare la notte della sua vittoria elettorale, lo scorso 8 novembre. La retorica di Trump non lascia troppo spazio all'ottimismo, ma è anche vero che il suo predecessore, Barack Obama, con la propria non ha ottenuto risultati particolarmente buoni: il presidente democratico conclude la sua presidenza con un tasso di approvazione elevato, paragonabile a quello di cui godeva all'inizio del suo mandato presidenziale; ma è anche il presidente con il tasso di approvazione più "diviso" lungo linee di appartenenza politica nella recente storia statunitense, stando ai dati del Pew Research Center. Il "Wall Street Journal" preferisce rimandare ogni giudizio sul presidente eletto al primo giorno della sua presidenza, per il quale ha promesso una lunga lista di interventi e decreti esecutivi. E tuttavia - come sottolineano tutti i maggiori quotidiani Usa - la formazione del suo gabinetto procede a rilento, tanto che oggi la presidenza Trump potrà contare soltanto su una manciata di nomine già confermate dal Senato federale.
  
Messico, "El chapo" Guzman estradato negli Usa: il paese teme la strategia di Montezuma
Città del Messico, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - Joaquin Guzman Loera detto "el Chapo", capo di uno dei più sanguinari cartelli del narcotraffico e protagonista di clamorose evasioni dalle carceri messicane, è negli Stati Uniti. Lì almeno tre tribunali lo attendono per celebrare sei processi costruiti su una valanga di ipotesi di reato. Dopo mesi di battaglie legali e scambi di fascicoli, il complicato processo di estradizione compie la sua ultima capriola a poche ore dall'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, un momento che è già considerato chiave nel rapporto tra i due paesi nordamericani. La coincidenza è materia di commenti. Scrive "El Universal": "Come Montezuma, che invece di affrontare gli spagnoli preferì inviargli regali di benvenuto, il presidente Enrique Pena Nieto invece di affrontare Donald Trump - o almeno assumere un atteggiamento di difesa della dignità messicana - ha deciso che era meglio mandare un regalo al nuovo presidente degli Stati Uniti a poche ore dal suo insediamento". Per la testata l'estradizione è il regalo con cui il governo messicano "cerca di compiacere il presidente statunitense, prima di iniziare a negoziare con lui". Per anni "el Chapo" è stato uno dei nemici peggiori dello Stato messicano. Alle sue imprese, si ricorda oggi, si deve in gran parte la decisione dell'ex presidente Felipe Calderon di lanciare l'esercito e le forze di sicurezza in una vera e propria guerra su tutto il territorio nazionale, con bilanci pesantissimi in termini di morti e scomparse. Arrestato una prima volta nel 1993, corrompe le guardie carcerarie e torna nel paese per diventare più forte di prima: in poco tempo scalza i trafficanti colombiani e si trasforma nel signore del traffico di droga verso Nord. Torna in carcere nel febbraio del 2014, ma i suoi lo fanno uscire scavando un impensabile tunnel. Riarrestato, è di nuovo in fuga fino al gennaio del 2016. Rientra per l'ultima volta nelle carceri messicane mentre era in contatto con Sean Penn, l'attore statunitense che voleva dedicare un film alla sua vita.
  
Brasile, muore il giudice del caso "lava jato", un rebus sul futuro delle indagini
Rio de Janeiro, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - La notizia ha conquistato in fretta le prime pagine: il piccolo aereo su cui viaggiava Teori Zavascki, stimato giudice del Supremo Tribunal Federal, è precipitato in mare non lontano da Rio de Janeiro causando la morte delle cinque persone a bordo. Una notizia che arriva dritta al cuore di una delle pagine più complicate dell'attualità politica e giudiziaria del paese. Il Supremo Tribunal Federal è l'organo deputato ad ammettere e giudicare i casi che riguardano le più alte cariche dello Stato. Teori Zavascki era il relatore del cosiddetto caso "Lava Jato", la colossale indagine che ha messo a nudo una rete di corruzione in cui sono invischiati alcuni dei nomi più risonanti della politica e dell'imprenditoria. Sulla scrivania del giudice, da tutti considerato inattaccabile per professionalità e discrezione, si trova il fascicolo con le testimonianze di 77 ex dirigenti della Odebrecht, il colosso imprenditoriale che si va rivelando come il tessuto su cui sono state cucite le peggiori trame di corruzione. Per descriverne il potenziale esplosivo, i media hanno ribattezzato il fascicolo come "l'accusa da fine del mondo". Le attività del Supremo sono ferme sino al 1 febbraio, il tempo utile per sciogliere un nodo che si rivela delicatissimo. Il giudice che dovrà ricoprire il posto di Zavascki nell'Alta corte dovrà essere indicato dal presidente della Repubblica, Michel Temer. A questo togato andranno per legge tutte le cause in precedenza assegnate al defunto. Ma il capo di Stato, asceso alla carica per l'eco delle grane giudiziarie che avevano colpito Dilma Rousseff, non è del tutto estraneo all'inchiesta: molti nomi del suo governo compaiono nelle pagine degli inquirenti e le connessioni sono tali da provocare diffidenze per qualsiasi nomina voglia fare il presidente. Il regolamento interno del Supremo stabilisce che "in via eccezionale" il presidente della corte, attualmente la ministro Carmen Lucia, possa decidere di assegnare il dossier a un altro giudice a sua discrezione. In qualunque caso, la scelta risulta complicata.
  
Gambia, la Cedeao lancia un ultimatum e sospende le operazioni militari
Parigi, 20 gen 10:45 - (Agenzia Nova) - La Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale (Cedeao) ha deciso nella tarda serata di ieri giovedì 19 gennaio di tentare una ultima mediazione per evitare la prova di forza militare in Gambia e convincere il presidente Yahya Jammeh a cedere il potere al rivale Adama Barrow che ha vinto le elezioni del dicembre scorso: lo scrive oggi 20 gennaio l'autorevole quotidiano francese "Le Monde". La Cedeao, a cui aderiscono quindici paesi dell'Africa Occidentale, ha affidato quest'ultimo tentativo diplomatico al presidente della Guinea, Alpha Condé, accompagnato da un ultimatum che scadrà domani venerdì 21. Intato sono state sospese le operazioni militari che erano iniziate ieri mattina, con l'ingresso in Gambia attraverso diversi passaggi della frontiera delle truppe del Senegal e di altri quattro paesi della Cedeao (Nigeria, Ghana, Togo e Mali) che, secondo un comunicato, avevano già mobilitato "tutte le forze terrestri, aeree e navali". La convulsa giornata nel primo pomeriggio aveva visto la cerimonia di investitura del neo presidente Barrow, che tuttavia si è svolta nell'ambasciata del Gambia a Dakar, la capitale del Senegal. Successivamente nelle strade della capitale del piccolo paese africano, Banjul, si sono svolte manifestazioni per festeggiare l'investitura di Barrow; alle quali peraltro si era unito persino il comandante del piccolo esercito governativo gambiano, il generale Ousman Badjie. Contemporaneamente a New York il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votava all'unanimità una risoluzione che approva l'iniziativa politica della Cedeao volta a garantire il passaggio dei poteri in Gambia; anche se la Russia ha espresso riserve affermando che essa non autorizza affatto un intervento militare. In tarda serata infine c'è stato uno spiraglio da parte del regime de presidente uscente Jammeh: la televisione di Stato del Gambia è stato letto un comunicato ufficiale che annunciava per oggi l'arrivo a Banjul di una delegazione guidata appunto dal presidente della Guinea Condé e composta da esponenti di alto rango della Liberia, della Mauritania e delle Nazioni Unite, in vista di un "dialogo pacifico per trovare una soluzione all’attuale impasse politica".