Rubrica
27.11.2016 - 13:10
Analisi
 
Il settimanale di Agnelli e Rothschild vuole un nuovo governo tecnico
Roma, 27 nov 13:10 - (Agenzia Nova) - Giovedì 25 novembre il più importante settimanale economico internazionale prende apertamente posizione riguardo il referendum italiano, auspicando una bocciatura della riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, e la costituzione, subito dopo, di un governo tecnico (The Economist, Why Italy should vote no in its referendum, 26.11.16). La vicenda riporta alla memoria i numerosi simili interventi del giornale britannico, da “Un autobus guidato dai fratelli Marx”, come fu definita la presidenza italiana della Cee guidata da Giulio Andreotti e Bettino Craxi; fino a Silvio Berlusconi “inadatto a governare”. Molti commentatori denunciano quindi le ingerenze dall’estero, attribuendole alla finanza internazionale, e stabilendo un parallelo con l’ottobre del 2011, quando Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, nella conferenza stampa finale del vertice Ue di Cannes, risero della affidabilità di Berlusconi, segnando la fine del suo ultimo governo. In effetti, la compagnia editrice delll’Economist vede fra i propri azionisti le famiglie Cadbury, Rothschild e Schroder, ma la quota di maggioranza relativa, pari al 43,4 per cento, è posseduta da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. E’ una dettaglio che suscita tristezza, visto che un tempo la salute dell’impero industriale degli Agnelli veniva identificata con la salute dell’Italia nel suo complesso. Oggi, invece, accade che John Elkann accompagni con favore la famiglia Rothschild, cui è legato da stretti vincoli di parentela, nelle partite finanziarie che, in Italia, vedono coinvolti grandi gruppi francesi. Sono le partite che si giocano sui tavoli della telefonia (Telecom Italia e Free), delle assicurazioni (Generali), del credito (UniCredit, Mediobanca, Monte dei paschi di Siena ecc.), solo per citare le principali. L’aspetto importante del pronunciamento dell’Economist, non è tanto l’invito a votare “no”, quanto l’auspicio che a guidare l’Italia sia un governo tecnico. Si spera, cioè, che un esecutivo tecnico non abbia la determinazione politica per resistere alle forti pressioni degli investitori transalpini. Tanto più nelle condizioni difficili in cui si troveranno i mercati finanziari italiani all’indomani del referendum. Vale la pena di ricordare che il 7 o l’8 dicembre Monte dei paschi di Siena darà il via al suo aumento di capitale, per una cifra prevista di 5 miliardi; il 13 dicembre UniCredit annuncerà il proprio piano industriale, con un aumento di capitale che si prevede attorno a 13 miliardi di euro. Importanti finanziamenti al mercato saranno chiesti anche da Carige e dalle quattro banche emerse dal fallimento degli istituti regionali. In questa inflazione di domanda, i valori di Borsa degli istituti di credito italiani non potranno non essere fortemente deprezzati. A ciò si aggiungeranno, con ogni probabilità, fortissime pressioni sui tassi d’interesse dei titoli di Stato. All’indomani del referendum, dunque, lo scenario politico-economico italiano potrebbe essere ideale per chi punti al controllo dei grandi gruppi industriali e finanziari del paese. Ci sono comunque alcuni elementi di novità che inducono gli scalatori ad accelerare al massimo i propri sforzi. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti rappresenta una novità da non sottovalutare, e lo stesso vale per la possibile elezione di François Fillon alla presidenza francese. Trump assumerà le sue funzioni il 20 gennaio, mentre le elezioni presidenziali in Francia si terranno solo ad aprile. C’è dunque un vuoto di potere, a livello internazionale, entro cui operare, a patto che in Italia non vi sia un governo di grande coalizione, ma un esecutivo tecnico, o magari anche politico, purché debole ed incapace di reagire all’assalto finale. (Fabio Squillante)
 
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