Italia: una chiave di lettura della crisi politica ed economica
Roma, 17 mag 11:45 - (Agenzia Nova) - Dall’autunno del 2010, da quando cioè il presidente americano Barack Obama ha iniziato a dirigere in prima persona la politica estera degli Stati Uniti, l’Europa è precipitata in una crisi finanziaria e fiscale profonda, dalla quale le sue ambizioni di costituirsi in un polo più autonomo sono uscite frustrate per un arco indefinibile di tempo. E’ probabile che a questo esito abbiano concorso tanto le vulnerabilità sistemiche della costruzione europea quanto il nuovo paradigma strategico adottato dagli Usa per perseguire il loro legittimo interesse nazionale a conservare la propria supremazia politica ed economica globale.
Il meccanismo di destabilizzazione di cui la zona di mondo in cui viviamo è rimasta in qualche modo vittima si è sviluppato in due fasi. In un primo momento, il contributo dato dall’Amministrazione democratica statunitense alla crescita dell’instabilità si sarebbe manifestato alle immediate periferie del nostro Continente, con il sostegno accordato alle “primavere arabe” ed all’ascesa al potere dell’Islam politico in tutta una serie di paesi nordafricani e mediorientali. Un impatto significativo in questo contesto lo avrebbe avuto soprattutto la scelta di svolgere un ruolo di secondo piano nel conflitto per il controllo della Libia, che avrebbe riacutizzato le tradizionali rivalità intra-europee, solleticando le ambizioni della Francia, isolando la Germania ed inducendo l’Italia a bombardare un proprio alleato.
Successivamente, sarebbe entrata in scena la speculazione sui titoli sovrani degli stati periferici di Eurolandia. Nel mirino dei grandi investitori internazionali sono finiti in rapida sequenza Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, paesi privi di peso specifico tale da rappresentare una minaccia sistemica alla sopravvivenza della moneta unica. Poi è toccato all’Italia, che invece tale peso lo possedeva, e della quale è stato inaspettatamente messo in discussione il merito di credito, a dispetto delle manovre intransigenti varate dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per mettere in sicurezza fin dal 2008 i conti pubblici della Repubblica. L’attacco ai titoli italiani sarebbe iniziato nella tarda primavera del 2011, con la decisione della Deutsche Bank di liquidare i Bot detenuti in portafoglio, presa certamente con il consenso dei suoi maggiori azionisti, tra i quali figurava anche la BlackRock statunitense: un gigante con un monte investimenti pari a 3.600 miliardi di dollari, più del Pil tedesco, e soggetto di riferimento dei patti di sindacato che controllano Moody’s e Standard&Poor’s, cioè due delle tre maggiori agenzie di rating al mondo. In seguito a questo evento, il differenziale tra i nostri tassi d’interesse e quelli praticati dalla Germania avrebbe quindi cominciato a dilatarsi pericolosamente, pregiudicando il conseguimento degli obiettivi della politica fiscale del governo Berlusconi proprio mentre parte della stampa internazionale iniziava a descrivere il presidente del consiglio d’allora come l’uomo più pericoloso del pianeta.
Nel novembre 2011, dopo sei mesi di grandi turbolenze politiche, Silvio Berlusconi veniva costretto a passare le mani, non ultimo a causa degli attacchi portati al titolo Mediaset mentre stava cercando di racimolare i voti che occorrevano per ottenere un nuovo voto di fiducia da parte delle Camere. Nell’intento di deflettere le pressioni dal nostro paese, il presidente Giorgio Napolitano sceglieva a quel punto per Palazzo Chigi una personalità gradita ai mercati e ben accetta tanto agli statunitensi quanto ai tedeschi: Mario Monti.
E’ al leader del governo tecnico che va attribuita la paternità del rapido cambio della linea di politica estera del nostro Paese, con l’allontanamento da Mosca ed il ripristino dei più tradizionali orientamenti filo-atlantici, operato congiuntamente dai ministri Giulio Terzi e Giampaolo Di Paola. Pur modificando la posizione italiana sullo scacchiere internazionale, l’esecutivo tecnico confermava tuttavia la propria adesione al rigore fiscale ‘ impronta tedesca, lasciando inalterato il carattere pro-ciclico della nostra politica economica. Si sospetta da più parti che tale scelta abbia deluso le aspettative di chi auspicava che l’Italia potesse immediatamente rivelarsi decisiva nel modificare il tenore della politica monetaria europea: occorre a questo riguardo ricordare anche come il 2012 fosse anno di elezioni presidenziali negli Usa, e Barack Obama necessitasse di una spinta espansiva globale per accrescere le proprie chance di riconferma alla Casa Bianca.
Sia come sia, al contrario delle previsioni, lo spread tra i nostri titoli e quelli tedeschi sarebbe rimasto alto, malgrado Monti praticasse una politica di grande rigore molto apprezzata a Berlino, circostanza che avrebbe rafforzato in molti l’impressione che a muovere le fila degli assalti speculativi contro l’Italia non fosse la finanza continentale, ma quella d’oltreoceano. L’interesse Usa ad ottenere un cambio di tenore della politica economica europea non sarebbe venuto meno neanche dopo la rielezione di Barack Obama, ed è anche attraverso questo prisma che è forse possibile interpretare l’atteggiamento adottato da Washington nei confronti delle novità emerse sulla scena politica italiana.
Seppure Obama ponesse a disposizione di Mario Monti il suo autorevole consigliere David Axelrode in vista delle elezioni del 25-26 febbraio scorsi, la sua Amministrazione apriva in effetti contatti in varie direzioni e dimostrava interesse anche verso nuovi interlocutori: il Movimento 5 Stelle, ad esempio, in realtà oggetto di attenzione già dal 2008, e lo stesso Matteo Renzi, considerato un’alternativa alle correnti mainstream del Pd, associate per via del sostegno a Monti ai più intransigenti sostenitori del risanamento e della deflazione. Il tutto in nome della volontà degli Stati Uniti di far uscire l’economia mondiale dalle secche della recessione, rilanciando la propria leadership su un Occidente in via di ricompattamento.