Rubrica
02.12.2016 - 19:40
Analisi
 
Etiopia: arrestato leader dell'opposizione Gudina, aumenta la repressione del dissenso nel paese
Addis Abeba, 2 dic 19:40 - (Agenzia Nova) - Con l’arresto di Merara Gudina, uno dei principali leader dell'opposizione in Etiopia, si fa sempre più drastica la repressione del dissenso nel paese africano, dove il mese scorso le autorità hanno imposto lo stato d’emergenza in risposta all'ondata di proteste dei manifestanti di etnia oromo e amhara. In una dichiarazione rilasciata all’emittente statale etiope “Fana”, fonti di governo hanno confermato che Gudina è stato arrestato di ritorno da Bruxelles per aver violato la direttiva stabilita dall'articolo 2 del decreto di stato d’emergenza che vieta ogni comunicazione con le organizzazioni considerate “terroristiche” e “contro la pace”. Durante il suo soggiorno a Bruxelles, sostengono infatti le stesse fonti, Gudina avrebbe incontrato Berhanu Nega, leader del gruppo Ginbot 7, considerato fuorilegge dal governo etiope. A Bruxelles Gudina era intervenuto nei giorni scorsi davanti al parlamento europeo per denunciare le violazioni dei diritti umani nel suo paese, invocando lo scioglimento del parlamento di Addis Abeba e la formazione di un governo di transizione. Oltre a Gudina sono stati arrestati quattro suoi parenti. Già nei giorni scorsi, come denunciato dal sito web vicino all’opposizione “Esat”, i media filo-governativi hanno condotto una campagna per l’arresto dell’esponente dell’opposizione, accusandolo di aver violato lo stato d’emergenza recandosi a Bruxelles.

Lo stato d’emergenza – proclamato dalle autorità di Addis Abeba a seguito della morte di almeno 55 persone in una marcia indetta per una festività religiosa trasformatasi in una protesta anti-governativa nella regione di Oromia – prevede, tra le altre cose, la possibilità di detenzione senza mandato d’arresto; il divieto di utilizzo delle piattaforme di social media come Facebook e Twitter; il divieto di trasmissione dei canali televisivi “Tv Esat” e “Omn”, che trasmettono dall’estero e considerati dal governo "affiliati a organizzazioni terroristiche"; il divieto di organizzare manifestazioni nelle scuole e nelle università; il divieto di compiere gesti politici (come quello di incrociare le braccia sulla testa, come nel caso del maratoneta Feyisa Lilesa, che poi ha chiesto asilo negli Usa); il divieto per i diplomatici di viaggiare per più di 40 chilometri lontano da Addis Abeba in assenza di un permesso da parte del governo. Quest’ultima misura, tuttavia, è stata in seguito annullata dal governo dopo che il ministro della Difesa, Siraj Fegessa, ha parlato di "restaurazione della pace e della sicurezza" nel paese. Secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, almeno 500 persone sono morte durante le proteste anti-governative nel corso dell’ultimo anno. La recente ondata di manifestazioni ha avuto inizio all’inizio di ottobre dopo l’uccisione di almeno 55 persone a seguito di una manifestazione religiosa organizzata nella regione di Oromia, dove decine di persone sono morte a seguito degli scontri avvenuti nel corso di una festa religiosa. A riaccendere i riflettori sulla questione oromo era stato nel mese di agosto il plateale gesto di Feyisa Lilesa, il maratoneta etiope che alle Olimpiadi di Rio ha concluso la gara con le braccia incrociate in segno di protesta contro il governo per la repressione dei manifestanti di etnia oromo.

Lilesa, che in conferenza stampa subito dopo la gara aveva dichiarato che la sua vita era in pericolo, ha in seguito ottenuto un visto accelerato da parte delle autorità Usa dopo che i suoi legali avevano fatto sapere di aver avviato le pratiche per la richiesta d’asilo negli Stati Uniti, sebbene il portavoce del governo etiope, Getachew Reda, avesse dichiarato che Lilesa sarebbe stato accolto “come un eroe” al suo rientro in patria. Le proteste oromo sono scoppiate nel novembre 2015 contro il piano di espansione della città di Addis Abeba nella regione di Oromia. Il piano è stato in seguito abbandonato, ma le proteste dei manifestanti di etnia oromo e ahmara hanno continuato ad infiammare a più riprese il paese. I dimostranti temono in particolare che i progetti del governo costringano gli agricoltori oromo, maggiore gruppo etnico del paese con alle spalle una storia piuttosto conflittuale con le autorità centrali, ad abbandonare la propria terra. La crisi si è acuita il 23 dicembre 2015 scorso, quando la polizia ha arrestato il vicepresidente del Congresso federalista oromo (Ofc) Bekele Gerba, già in passato condannato a quattro anni di carcere perché riconosciuto dalle autorità etiopi come membro dell’Organizzazione per la liberazione dell’Oromia. Le proteste sono iniziate nella località di Ginchi, 80 chilometri a sud-ovest della capitale Addis Abeba, dopo il tentativo da parte delle autorità di abbattere una foresta per fare spazio a un progetto edilizio.

In seguito, le proteste si sono estese a tutta la regione di Oromia, dove vivono 35 milioni di cittadini di etnia oromo, con i manifestanti che si sono opposti al piano di espansione dell’autorità amministrativa della capitale Addis Abeba, come previsto dal Piano di sviluppo integrato. Nell’area inclusa nel progetto (poi abbandonato), infatti, vivono circa 2 milioni di persone, le quali temono che il piano possa portare all’espropriazione dei terreni agricoli dei residenti dell’area. A partire dalla metà di novembre, dunque, alla protesta degli studenti si si è unita quella degli agricoltori. Oltre alle proteste legate all’espansione dell’autorità amministrativa della capitale, a spingere i manifestanti a scendere in piazza è stata anche la condizione di marginalità in cui vive la popolazione di etnia oromo.
 
Agenzia Nova