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19.01.2017 - 11:29
Analisi
 
Iran contro presidente Usa Trump, risposta dura se tocca accordo nucleare
Roma, 19 gen 11:29 - (Agenzia Nova) - Il direttore dell'Organizzazione Iraniana per l'Energia Atomica, Ali Akbar Salehi, ha risposto al neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sulla possibilità di modificare l’accordo sul programma nucleare iraniano. Intervistato dall’emittente televisiva “al Jazeera”, il diplomatico iraniano ha affermato che “se il presidente Usa tocca l’accordo sul nucleare la risposta sarà dura”. Nei giorni scorsi il presidente iraniano, Hassan Rohani, aveva già chiarito che “non ci saranno nuove trattative sull’accordo sul nucleare e comunque il ritorno al tavolo dei negoziati non vorrebbe dire nulla”. Salehi ha utilizzato però toni più forti, giudicando “molto negative” le parole di Trump che aveva definito l’accordo sul nucleare iraniano come “l’accordo peggiore della storia”. Per il diplomatico “se Trump dovesse rimettere mano all’intesa allora l’Iran riprenderebbe il suo programma nucleare nel miglior modo possibile”.

Nell’intervista all’emittente del Qatar, Salehi ha sottolinea che nel caso in cui si volesse modificare l’intesa avvenuta nel luglio 2015 “è chiaro che gli Stati Uniti dovrebbero giustificarlo al mondo intero, mentre l’Iran potrebbe ritornare al suo programma originario e questo creerebbe rabbia negli statunitensi”. “Noi – ha aggiunto - però non vogliamo tagliare i ponti dietro di noi ma ci prepariamo alla peggiore delle situazioni”. Critiche alle posizioni di Trump sono giunte anche dal presidente Hassan Rohani, il quale però ha utilizzato toni più moderati. “Non ci sono al momento segnali veri di un cambio di programma da parte degli Usa. Escludo che Trump farà effettivamente quello che ha detto sul programma nucleare una volta entrato nella Casa Bianca”.

Per il presidente iraniano, “non ci saranno trattative future sull’accordo nucleare. Non c’è motivo di ritornare a trattare specialmente perché non si tratta di un accordo bilaterale tra noi e gli Stati Uniti ma è un accordo tra più parti, ratificato dal Consiglio di sicurezza, considerato a livello di un trattato internazionale. Per questo non c’è alcun motivo di ritrattare ancora una volta”. L’accordo sul nucleare iraniano è stato firmato a Vienna il 14 luglio del 2015 ed ha visto protagonisti non solo gli Usa ma anche la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, la Russia e la Cina (il cosiddetto gruppo dei 5+1) in base al quale Teheran ha ottenuto l’abolizione delle sanzioni economiche in cambio di una sensibile riduzione del suo programma nucleare, in particolare per quanto riguarda le scorte di uranio arricchito, indispensabili per poter produrre eventuali ordigni atomici.

In attesa del suo insediamento ufficiale di venerdì 20 gennaio, Donald Trump ha concesso due diverse interviste ai quotidiani europei: una al Times di Londra e l'altra al tedesco Bild. Trump non è affatto soddisfatto sull’accordo riguardo il progetto nucleare dell’Iran. Giudica l’accordo stipulato come il peggiore e il più stupido che si sia mai visto, almeno dal punto di vista economico. Non vuole rendere noto come agirà sulla questione: “Se scopro le carte, che senso ha giocare la partita?”. Intanto grazie a questo accordo il ministro del Petrolio dell'Iran, Bijan Zangeneh, ha detto che il valore delle esportazioni iraniane di condensati di gas e petrolio raggiungeranno 41 miliardi di dollari entro la fine del corrente anno iraniano (20 marzo). Ciò non significa che Teheran riceverà 41 miliardi entro la fine dell'anno, perché il paese ottiene denaro con un ritardo di alcuni mesi. "Abbiamo ricevuto 24,7 miliardi di dollari nel corso degli ultimi nove mesi e guadagneremo una notevole quantità di denaro prima di arrivare a fine anno, in modo da aiutare il governo a soddisfare il budget prefissato", ha aggiunto Zangeneh.

Il risultato della cancellazione delle sanzioni ha consentito all'Iran di aumentare anche la quota di produzione petrolifera da 2 milioni a circa 3,9 milioni di barili di petrolio al giorno e di dare il via ad una serie di programmi per lo sviluppo infrastrutturale dal settore energetico a quello dei trasporti. Il paese che più avrebbe da guadagnare, almeno sul piano geopolitico, da uno scontro Teheran-Trump, è sicuramente l'Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, si è detto ottimista rispetto alla nuova amministrazione degli Stati Uniti. Parlando ai media del suo paese da Parigi, al Jubeir si è detto ottimista in particolare per le posizioni che Trump assumerà nei confronti di Iran e della lotta allo Stato islamico. “Osserveremo con attenzione il lavoro che la nuova amministrazione farà su tutti i campi. Gli interessi del nostro paese coincidono con quelli degli Usa in campo geopolitico in Siria, Iraq, Yemen, Iran e sul fronte energetico e finanziario. Washington e Riad vogliono conseguire gli stessi obiettivi”.

Il ministro saudita ha sottolineato che gli “obiettivi” che i due paesi “vogliono raggiungere sono gli stessi”. “Possiamo essere in disaccordo su come raggiungerli – ha dichiarato al Jubeir – ma non vi è disaccordo su cosa deve essere fatto e questo non cambierà”. Rispondendo ad una domanda sui rapporti tra Riad e Teheran, al Jubeir ha accusato l’Iran di destabilizzare la regione. "Il nostro rapporto con l'Iran è teso e ciò dipende dalla sue politiche aggressive e ostili. Sarebbe meraviglioso per noi vivere in pace e in armonia con l'Iran, ma occorre essere in due per ballare un tango”, ha dichiarato il ministro parlando in inglese. "Non possiamo essere colpiti da morte e distruzione e poter porgere l’altra guancia. Abbiamo pure provato, ma non ha funzionato”, ha aggiunto il ministro. Il responsabile della diplomazia saudita ha anche parlato dei prossimi colloqui intra-siriani organizzati con la mediazione di Russia, Turchia e Iran che si terranno il prossimo 23 gennaio nella capitale kazaka Astana. Secondo il ministro l’incontro è un’importante occasione per poter raggiungere un cessate il fuoco, ma la posizione di Riad “non deve essere interpretata come un abbandono dei gruppi dell’opposizione moderata che combattono per rovesciare” il presidente siriano Bashar al Assad. "L'obiettivo è quello di arrivare ad un cessate il fuoco e passare al processo politico. Cerchiamo prove di questo intento e notiamo che finora ciò non ha funzionato”, ha sottolineato al Jubeir. "Se ci sarà il cessate il fuoco allora è possibile avviare un percorso politico, ma questo non significa che abbandoneremo l’opposizione moderata”.

Tra i paesi firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano il più vicino a Teheran è sicuramente la Russia che ormai da tempo ha avviato relazioni di alto livello riguardante l’energia nucleare, anche per aiutare l’Iran nel adempiere agli obblighi internazionali. Il vicedirettore dell'Organizzazione per l'energia atomica iraniana (Aeoi), Behrouz Kamalvandi, ha tenuto incontri separati a Mosca con l'amministratore delegato della compagnia russa Rosatom, Alexej Likhachev, e il vice della società, Nikolaj Spassky per approfondire la questione. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa iraniana “Irna”, l'Amministratore delegato di Rosatom, Alexey Likhachev, e Kamalvandi hanno anche fatto il punto della cooperazione tra Teheran e Mosca per l'attuazione del Piano globale d’azione congiunto (Jcpoa) sul nucleare iraniano, dei lavori di costruzione di due nuove centrali nucleari a Bushehr, nel sud dell'Iran, e della cooperazione nel sito nucleare di Fordow. La visita di Kamalvandi a Mosca giunge ad un anno dall’attuazione del Jcpoa iniziata il 16 gennaio 2016 dopo la firma dell’accordo sul nucleare iraniano tra Teheran e i paesi del gruppo 5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti più la Germania) avvenuta il 14 luglio 2015 a Vienna.

Lo scorso 11 gennaio si è tenuta a Vienna la quarta riunione tecnica tra Iran e delegati delle grandi potenze per discutere l’attuazione del Jcpoa. La riunione è stata l’ultima prima dell’insediamento del neo eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prevista per il prossimo 20 gennaio. L'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea), organo dell'Onu incaricato di supervisionare l'applicazione da parte di Teheran dell'accordo, ha riconosciuto che finora l'Iran ha assolto i suoi obblighi. La comunità internazionale ha da parte sua revocato la maggior parte delle sanzioni che colpiscono la repubblica islamica, permettendo in particolare un ritorno del Paese sul mercato del gas e del petrolio mondiale. Ma a inizio dicembre 2016, il Congresso americano ha rinnovato per dieci anni l'Isa (Iran Sanctions Act). Il presidente uscente Barack Obama, molto coinvolto nella conclusione dell'accordo, ha autorizzato questa proroga ma si è astenuto dal firmare la legge.

L'Iran reputa che questa proroga costituisca una violazione dell'accordo sul nucleare e ha accusato gli Stati Uniti di impedire una reale normalizzazione delle sue relazioni economiche - in particolare bancarie - con il resto del mondo. Gli Stati Uniti hanno infatti sospeso le sanzioni anti-iraniane legate al nucleare, ma ne hanno imposte altre legate al mancato rispetto dei diritti umani da parte di Teheran, per il suo sostegno al terrorismo in Medio Oriente e per il suo programma di missili balistici. Le sanzioni Usa penalizzano il settore bancario iraniano, oltre che le industrie dell'energia e della difesa. Pertanto, le ricadute economiche dell'accordo sul nucleare sono state molto meno promettenti di quanto sperato dall'Iran e questa frustrazione rischia di compromettere a maggio un'eventuale rielezione per il presidente moderato in carica, Hassan Rohani.
 
Agenzia Nova